Thomas Berger.
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IL PICCOLO GRANDE UOMO.
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Parte 2.
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Titolo originale: LITTLE BIG MAN.
Traduzione di: Luciano Bianciardi.
1999. Rizzoli Superbur Narrativa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Capitolo 9. Il peccato.
Capitolo 10. Da dietro la serranda.
Capitolo 11. Disperato.
Capitolo 12. In cerca dell'oro.
Capitolo 13. Ritorno alla casa cheyenne.
Capitolo 14. L'assalto alla diligenza.
Capitolo 15. Union Pacific.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 9.
IL PECCATO.
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Naturalmente dovetti andare a scuola in quella città, e
forse ti sorprenderà sapere che non me la presi molto. Il peggio
era starsene seduto su una panca dura, e neanche mi garbava
la vecchia zitella agra che ci insegnava, ed era anche imbarazzante
starsene coi ragazzini, perché al momento la mia
istruzione era molto poca. Sapevo leggere un pochino prima
di andare con gli indiani, e sapevo che George Washington
era stato presidente, pur ignorando con precisione quando.
Voglio dire anche che attesi con diligenza ai miei studi, e
la signora Pendrake mi seguiva a casa, e verso la primavera
avevo fatto progressi nello scrivere al punto di poter fare i
compiti d'un ragazzo di dodici o tredici anni, e me la cavavo
bene anche nel componimento, seppure la grammatica non
era il mio forte. In aritmetica invece ero rimasto bambino. Ma
questo successe tanti anni fa e a scuola non andai per molto
tempo, e allora se l'uomo che ascolta questa storia la mette
sulla carta così come io la dico, voialtri leggerete le memorie
di una persona incolta, questo è certo.
Può darsi che i Pendrake si siano parlati in mia presenza,
però io non me ne rammento. Ripensando a loro dopo tanti
anni, eccoci seduti a tavola per la cena, il reverendo a capotavola,
la signora in fondo, io di lato, e Lucy versa ciotole di cibo
fumante. Dopo la preghiera, con il vocione di Pendrake,
non alto ma penetrante al punto di ammorbidire la carne dura,
il reverendo si buttava sul mangime. Era un mangiatore
prodigioso, e sotto questo aspetto superava i Cheyenne, perché
se anche a volte un indiano si rimpinza in modo straordinario,
gli accade anche di patire la fame, e spesso, calcolando una
mesata di cibo, l'indiano mangia in media meno dell'uomo
bianco, il quale si fa i suoi bravi tre pasti quotidiani.
Ma Pendrake faceva la sua scorpacciata i giorni pari e
quelli dispari, e ora ti racconto quel che mangiava ogni giorno,
perché è impossibile farsi un'idea di quest'uomo senza conoscere
il suo appetito.
Per colazione Lucy gli friggeva sei uova, una montagna di
patate e una bistecca grande come due manone congiunte.
Quando aveva ingozzato tutta questa roba, dilavandosi le budella
con un paio di litri di caffè, lei gli serviva le focaccine,
una dozzina, sormontate da un tocco di burro grosso come
una mela e gocciolanti di melassa. A desinare mangiava due
polli interi e ripieni, patate, verdure, cinque pagnotte e una
mezza torta innevata di panna. Nel pomeriggio andava a far
visita ai parrocchiani ammalati, e questi non trascuravano mai
di fargli prendere un pezzo enorme di dolce e una decina di
frittelle, insieme al caffè e al tè.
Poi la cena. Beveva una ciotola di minestra nella quale
smozzicava tanto pane che diventava più solida che liquida.
Poi un vassoio di pesce, quindi un enorme arrosto di maiale
che lui, usando una sola mano, riduceva all'osso dopo che io e
la signora Pendrake ne avevamo preso una fetta appena; una
montagna di patate, un bosco di verdure e di rape bollite e di
piselli e di carote stufate, quattro tazze di caffè e un cinque
libbre di budino, e se c'era torta avanzata da mezzogiorno, si
mangiava anche quella.
Eppure, nonostante tutta questa ghiottoneria, era il mangiatore
più pulito che mai io abbia visto. Non toccava con le
mani altro cibo che non fosse il pane; per il resto usava coltello
e forchetta con la grazia di una donna quando usa l'ago. E
quando aveva finito, il piatto era lucido come appena lavato, e
le ossa che restavano eran lì a formare un nitido mucchietto
dentro una ciotola messa in tavola da Lucy a tale scopo. Era
un vero spettacolo stare a guardarlo quando pranzava, e a me
faceva piacere passare il tempo in quel modo, il tempo che mi
restava dopo aver soddisfatto l'appetito mio.
La signora Pendrake si limitava a speluzzicare il suo cibo,
e non c'era da stupirsene, perché non faceva alcun lavoro che
richiedesse molto mangiare. Io ero avvezzo alle donne indiane,
indaffarate dall'alba fino a quando crollavano sulla pelle
di bufalo, e prima ancora alla mia mamma, la quale anche
con l'aiuto delle mie sorelle si lamentava che la giornata era
troppo corta per finire le sue faccende. Ma la signora
Pendrake aveva Lucy per cuoca e c'era un'altra ragazza di colore che
spesso veniva per le pulizie, anche se non abitava in casa, e
anche c'era Lavender, che badava al giardino e alle commissioni
e insomma a tutti i lavori esterni. Ecco dunque questa
donna bianca in perfetta salute, nel boccio della vita, con nulla
da fare, a parte quell'ora e poco più ad aiutarmi a fare i
compiti quando rincasavo da scuola.
Ora, siccome ero stato allevato dai selvaggi, i miei modi
potevano anche parere scorretti ma non sgarbati. Di sicuro
non sarei mai andato dalla signora Pendrake per dirle: «Secondo
me tu non servi a niente, da queste parti». Eppure proprio
questo io pensavo, e non era una critica, perché lei mi
piaceva e quando mera possibile la aiutavo. Aveva questa sua
idea d'essere la mia mamma, e allora per farla contenta di
tanto in tanto lasciavo che facesse la madre.
Nei primi mesi di scuola subii le canzonature degli altri
ragazzi della mia età, perché studiavo coi ragazzini di dieci anni.
Io lasciavo perdere, e tu capisci come vanno le cose: insistevano
più del solito quando eran convinti che io non avessi difesa,
e buttavano là anche qualche botta di "sporco indiano”.
Alla fine me li trovai tutti in un branco sulla strada che
dalla scuola menava a casa. Al mio passaggio cominciarono a
sfottermi perché ero indiano, e in questo c'era un lato ingiusto
che forse tu non capisci, fino a che non ti sia reso conto che
pensavano io fossi stato catturato e tenuto prigioniero per cinque
anni. Si può anche dire che io meritavo questo sfottimento
più di quanto loro non sapessero, ma non credo che tanto
basti a perdonare loro quel che successe.
Io andai avanti per la mia strada senza dire nulla, fino a
che uno mi si fece davanti. A sedici anni era alto sul metro e
settanta, e aveva i foruncoletti in faccia.
Dice: «Io non sto bene se prima non faccio fuori uno
sporco indiano».
E io ci credevo, almeno per quello che riguarda i pugni,
che i Cheyenne non praticano. I ragazzi indiani fanno un po'
di lotta, ma come mi sembra di avere detto non hanno molti
motivi per battersi fra amici, dato che il nemico solitamente
sta dietro la parete di pelle di bufalo. E quando s'accapigliano
con il nemico, non lo fanno per fargli mangiare la polvere,
ma semmai per ucciderlo senz'altro o per levargli lo scalpo.
E per questo mi limitai a guardare con spregio questo ragazzo
e tirai di lungo, e lui mi colpì con un cazzotto sotto l'orecchio
destro. Io incespicai per una decina di palmi, perché la
sua mano era grossa e messa in cima a un braccio pesante, e
nel così fare mi caddero i libri. Gli altri ragazzi berciavano e
fischiavano. Io non partecipavo più a una mischia sin dal tempo
della carica della cavalleria e non ero abituato alle zuffe in
città, e per questo mi lasciai andare sui ginocchi, lentamente, e
il ragazzo mi venne addosso e cercò di darmi un calcio nel didietro.
Ma chi fa questo perde l'equilibrio: avrebbe dovuto saperlo,
se aveva l'abitudine di prendere a calci il prossimo. Lo imparò
subito. Io rotolai, semplicemente, sotto il piede alzato e
mi aggrappai all'altro. Cadde come un sacco pieno di zucchero.
Io gli misi un piede sul collo e da sotto la camicia tirai
fuori il coltello da scalpo.
No, non gli faccio neanche un graffio. Anzi, avrei potuto
soffocarlo, se non avessi levato il piede da sopra il collo, alla
fine, perché il piede mio gli toglieva il fiato e lui stava diventando
paonazzo. Ma io non ero indiano, e pensai di averlo dimostrato
mettendo via il coltello, riprendendo i miei libri e
andandomene.
Quando arrivai a casa avevo la mascella gonfia, sotto
l'orecchio, come se stessi masticando le noci. La signora
Pendrake se ne accorse subito. Dice: «Ah, Jack, bisogna che ti
porti dal dentista».
Io dico di no, che non è il dente del giudizio. Eravamo in salotto,
come sempre quando facevo i compiti, pur non essendo
nella casa il luogo migliore a tal fine, giacché si sentiva il reverendo
che brontolava nello studio vicino ma secondo me a
lei piaceva così.
«E allora di che si tratta?» chiede lei. Quel giorno indossava
un bel vestito azzurro, che le stava benissimo, specialmente
quando i suoi occhi, tristi, prendevano lo stesso colore
del panno. Alla fine dell'anno l'erba dei bufali diventa scura e
quando sali su un'altura con il sole di sbieco, ecco, quello è il
colore dei suoi capelli. Come sempre eravamo seduti fianco a
fianco su quella panca di peluche, io più lontano che potevo,
perché accanto a una così bella dama avevo sempre paura di
puzzare, anche se dai Pendrake facevo il bagno tutti i sabati,
ne avessi bisogno o no.
Dico: «È stata una rissa. Un ragazzo mi ha colpito, qui».
Fece O con la bocca, che le rimase aperta a mostrarmi una
traccia eburnea sotto il labbro roseo, e posò la mano fresca sul
dorso della mano mia. Stava cercando di fare la mamma, capisci,
ma non lo sapeva proprio fare. Quando un ragazzo fa a
pugni, una mamma vera ti castiga se non sei rimasto ferito,
altrimenti ti cura. Invece la signora Pendrake immaginava che
la mia fosse una storia triste, perché d'ogni cosa aveva una
concezione idealistica.
Ecco che cosa intendo quando dico che l'aiutai: le posai gli
occhi sul rigonfio del petto e portai la sua mano sulla mia
guancia.
«Come batte il sangue» dice. «Povero Jack.» E tu sai
come vanno queste cose, non saprei dire se fu più lei che me,
ma un istante dopo avevo il viso contro il suo seno e il palpito
del mio sangue s'alternava con quello del suo cuore.
Magari tu stai pensando che io ero un ragazzaccio. Be',
credi quel che ti pare, ma rammentati che la signora Pendrake
aveva appena dieci anni più di me. Era difficile pensarla come
mamma, ma al tempo stesso mai, prima di quell'istante, me
l'ero figurata ragazza, se tu capisci quello che voglio dire. In
quanto a idealismo, ne avevo anch'io la mia parte. Ti ho già
detto che i Cheyenne sono pedanti e che la guerra richiede lo
stesso tipo di energia che richiede il sesso. La pace è il momento
buono per l'amore. La maggior parte di quei mercanti
cittadini erano degli autentici mostri sessuali a paragone di un
soldato indiano. E i ragazzi bianchi della mia età già andavano
di nascosto al bordello o montavano addosso alle ragazze.
Data l'inattività che da tempo subivo, e dato soprattutto
lo studio - non so molto della gente di studio, ma direi che
sono molto carnali, perché nella mia esperienza di vita della
mente, che pure m'interessava, dopo un poco sorgeva una tensione
dovuta alla natura invisibile di ciò che stavo studiando.
Non riesci a vederla, né tanto meno a metterci le mani sopra,
eppure richiede la tua attenzione assoluta. In seguito mi dava
ai nervi. E allora pensavo alle ragazze come a un sollievo.
Ecco lo sfondo di questo episodio, prima del quale mai
avevo avuto un pensiero indecente verso la signora Pendrake.
E a questo punto lascia pur perdere, giacché non successe altro.
Era una bella signora: se già non l'avessi saputo, l'avrei
sentito nella durezza del suo seno, che oltre tutto mi fece dolere
la mascella colpita. Era tutta cerchiata di ossa di balena. Se
la Donna del Pantano dei Bufali ti stringeva a sé, era come
affondare in un cuscino.
Proprio in quell'istante si fece viva una piccola delegazione:
il ragazzo con cui m'ero picchiato, suo padre e un vigile
urbano, ansiosi, pensai, di impiccarmi per aver aggredito una
persona con un'arma mortale.
Anche se la signora Pendrake, come mamma, lasciava a
desiderare, in una situazione di questo tipo era inarrivabile.
Nei rapporti, diciamo così, di cortesia, era la Regina d'Inghilterra.
Intanto, tenne queste persone nell'ingresso mentre lei e io
restammo seduti sulla panchetta. Non voglio dire che comandasse:
statevene di là; ma era questa la forza della sua volontà
Così il vigile, individuo enorme, riempiva tutto il vano
della porta, e se il padre del ragazzo voleva dire qualcosa, lui
avrebbe dovuto farsi di lato. Si davano delle grandi spallate, e
il ragazzo non si vide mai.
«Signora» dice il vigile. «Se per lei è un disturbo, possiamo
sempre tornare un'altra volta.» Aspettò un poco, ma la
signora Pendrake non rispose affatto a questa osservazione.
«E allora ci sarebbe questo ragazzo qui, Lucas English, figlio
di Horace English, che è proprietario duna bottega...»
«Il signor English è quello che sta dietro di voi, signor
Travis?» chiede la signora Pendrake, e allora il vigile e questo
English, un tipo con il panciotto e in maniche di camicia,
ti fanno una specie di contraddanza per scambiarsi il posto, e
Travis si toglie il casco e English dice: «Sissignora, e non c'è
nulla di personale in questa faccenda, signora reverenda, perché
io sono da tanti anni in obbligo con il signor reverendo, che
si serve da me per quel che riguarda i generi alimentari...».
A questo punto, con un bel sorriso freddo, la signora Pendrake
dice: «Credo che lei stia parlando dei bisogni alimentari
del cavallo del reverendo Pendrake. Non vorrà certo dirmi
che il signor Pendrake mangi la biada».
Questo English quasi si strozza per fingere la risata, e il
vigile lo scosta di lato e si fa avanti sulla soglia.
«Le cose stanno così, signora» dice. «Pare che ci sia stata
una zuffa fra due ragazzi. Uno dei due ha cacciato un coltello,
e secondo l'affermazione del primo ragazzo, pare che gli
volesse togliere lo scalpo secondo l'usanza dei pellerossa.» Un ghigno.
«E questo naturalmente è contro la legge.»
La signora Pendrake dice: «Afferma il poeta che errare è
umano, signor Travis. Io sono certa che il ragazzo English non
intendeva usare il coltello contro il mio caro Jack, ma solo
compiere una minaccia infantile. Se Jack riesce a perdonarlo,
preferisco evitare ogni accusa». Mi guarda e mi chiede: «Di'
tu, caro».
«Certo» dico io, ed ebbi una sensazione strana a sentirla
chiamarmi in quel modo per la prima volta.
«Allora bene, signor Travis» dice la signora Pendrake.
«Per quanto mi riguarda, la faccenda è chiusa.» E lo ringrazia,
e chiama Lucy perché li accompagni fuor di casa.
Dopo questa bellissima scena mi parve di dovere qualcosa
alla signora Pendrake. Mi sembra che persino allora capii che
non l'aveva fatto per me, pur essendo ovvio a una donna in
gamba come lei che il coltello lo avevo io. Solo, non intendeva
lasciare a nessun uomo di assumersi il compito suo, neanche
indirettamente. Il fatto che io le appartenevo mi dava immunità
assoluta: questo pensava lei. Non avevo mai, prima,
conosciuto una donna, bianca o rossa, che avesse una tale opinione
di sé, una tale potenza, che poteva anche usarsi negativamente.
Usata in maniera positiva, sarebbe stata virile, eppure
nessuno poteva stimare la signora Pendrake altro che donna
al centodieci per cento, anche se era impossibile scambiarla
per la propria madre.
Intanto pensai che potevo farle piacere fingendo proprio
questo scambio. Poteva anche essere stata tutta scena, da parte
sua, chiamarmi "caro”, ma debbo dire che mi piacque, davanti
a quei tangheri.
Allora dico: «Mamma». Dico proprio così: «Mamma,
mamma, chi è il poeta che scrisse quelle parole?».
Ebbene, amico mio, la parola le fece un gran bene, anche
se forse, per quella prima volta, non la pronunciai con molta
confidenza. Lei andò alla libreria e prese un volume..
«Il signor Alexander Pope. Il quale scrisse anche: ”Gli
sciocchi si precipitano là dove gli angeli temono di entrare”.»
Mi lesse qualche verso di questo poeta, che faceva pensare
al trotto di un cavallo, se non badi alle parole o non ne intendi
la parte maggiore, come succedeva a me. Quello che capii
mi parve pensato giusto, quasi che questo tal poeta avesse su
ogni cosa l'ultima parola.
Una cosa sola non mi andava: come poeta non era affatto
romantico. Ora tu prendi un ragazzo che abbia vissuto una vita
come la mia, e magari t'immagini che debba essere un ragazzo
realistico, se non cinico addirittura. Può anche darsi che
fosse così, ma mai per quel che riguarda le donne, o per lo
meno non con le belle donne bianche che erano inutili ai fini
pratici.
Immediatamente mi infatuai della signora Pendrake. Credo
che persino di questi miei giorni io sia ancora un debole,
nei riguardi delle donne eleganti e graziose. Ci entrava anche
l'autorità, per come aveva trattato quel vigile e quel mercante,
e il suo modo di considerare gli aspetti belli, per esempio il
suo modo di tenere le opere del signor Pope, con la testa piegata
contro il sole pomeridiano che veniva dalla finestra aperta
a occidente, sì che il profilo del naso e della fronte era cristallino
e la chioma dorata. Sapeva sempre qual era la cosa giusta,
per ciò che riguardava la vita civile, allo stesso modo in
cui un indiano sa la cosa giusta per ciò che riguarda la vita
selvaggia. E io capivo che l'inutilità faceva parte di tutto questo.
Se tu metti una donna simile al lavoro, tu perdi quello
che è il suo valore speciale, come se tu adoperassi una statua
per legarci il cavallo.
Mi parve d'essermi fatta allora un'idea della vita dei bianchi.
Non ci entrava per niente il vapore o l'aritmetica, e neanche
la poesia del signor Pope. La vita bianca aveva un solo
scopo, produrre una signora Pendrake.
Ho parlato di infatuazione, ma potresti anche dire amore,
e io ne fui subito rapito e quasi spinto oltre l'estremità della
panchetta.
Proprio in quel momento, mentre io spostavo il culo sulla
peluche, entra il reverendo dalla porta dietro di noi, che si
apriva sul suo studio. Aveva smesso di brontolare alla comparsa
dei due uomini. Ora ecco che si muove grevemente attorno
a noi, e per qualche istante sua moglie continua a leggere
la poesia che aveva fra le mani, e lui aspetta che abbia finito.
Poi si rivolge a me.
«Ragazzo» mi dice, molto cortesemente. «Ragazzo, io
penso che tu abbia faticato bene ai tuoi studi nei tre mesi trascorsi
in questa casa.» Poi esita e si accarezza la barba. Le meraviglie
di quella giornata non finivano mai. Dopo quel primo
pomeriggio non aveva mai parlato, né a me, né, ch'io sapessi,
alla signora Pendrake.
«Non vorrei che tu commettessi l'errore» disse alla fine
«di credere che qua dentro la vita sia per noi soltanto un dovere.
Perciò domani, che è sabato, e se la signora Pendrake
non ha bisogno di te, e se tu sei favorevolmente disposto all'idea,
vorrei portarti a pescare.»
Era il mese di novembre, e se anche non era ancora inverno,
il tempo era freddo e umido, dunque una stagione che
una persona di senno non avrebbe di certo scelto per andare
a pesca; ma io mi affrettai ad accettare l'invito. C'era un
altro motivo contrario alla mia accettazione, e cioè il fatto che
non sopportavo il reverendo, tranne quando mangiava, e dunque
non si dovrebbe capire perché dissi subito di sì, se non dico
prima che lo feci per lei, sua moglie.
E allora eccomi lì, il giorno dopo, al ruscello, con un tempo
abbastanza sgradevole, con l'aria che sembrava una grande
spugna piena d'acqua e non appena noi fummo giunti alla
corrente qualcuno strizzò la spugna e cominciò a piovere. Eravamo
usciti col carretto a quattro ruote, con Lavender alla
guida e soltanto lui ebbe il senno di portare una qualche difesa
contro l'inclemenza del tempo, perché aveva un alluce infallibile
nelle previsioni meteorologiche.
Vidi subito che il reverendo non sapeva nulla di pesca, dal
modo in cui mise l'esca sull'amo, un'esca di pane, perché sosteneva
Lavender che alla fine di novembre i vermi non si trovano
più. E la giornata era abbastanza disgraziata per far uscire
pazzo un uomo che amasse sul serio la pesca. Ma Pendrake
aveva detto che voleva, lui, andare a pesca, e questo bisognava
fare, con l'acqua che gli mulinava sulla tesa del cappello e gli
colava giù per la giacca nera. Era vestito come al solito, a proposito,
senza nessuna concessione all'agio sportivo.
Lavender ci offrì il suo ombrello ma in un modo poco sincero
e di questo non gli feci una colpa, ma Pendrake disse di
no, che l'ombrello non gli serviva, così Lavender se lo tenne e
posò una coperta sotto un albero e ci si mise seduto sopra a
guardare un giornale illustrato che qualcuno gli aveva dato
anche se lui non sapeva leggere, ma sembrava che ne ricavasse
più di quelli che leggere sapevano, e difatti si sbellicava dal
ridere.
Io e il reverendo andammo avanti, lungo la riva, fino a
certi salici ormai scuri e lui dice: «Che te ne pare di questo
posto, ragazzo?».
«Va benissimo» dico io. Avevo i capelli tutti zuppi di
pioggia e l'acqua mi ruscellava sulle guance; pareva una cosa
ridicola, considerando quel che avremmo dovuto fare, per divertimento
ma a me non importava di bagnarmi, perché già
m'ero bagnato parecchio, da indiano, dentro e fuor della tenda,
perché la pelle del tepee generalmente perde dopo che la
si è usata un po', specialmente alle cuciture.
Ma lui mi guardò da dietro quella sua barba nera e disse
in tono schietto, per cui la sua voce fu meno poderosa: «Ah,
ragazzo, ma tu ti bagni». E nel dire questo tirò fuori un gran
fazzolettone e dolcemente mi asciugò la faccia.
Forse non riesco a spiegarlo, ma quella fu una delle pochissime
cose gentili che mi siano mai toccate. Non contava
nulla il fatto che la pioggia non mi aveva messo a disagio, e
neanche la stoltezza sua di accorgersene dopo diversi minuti.
Mi posò la manona sulla spalla bagnata e mi parve persino
eccessivamente dispiaciuto. Non l'avevo mai visto bene, prima
di allora. I suoi occhi erano castani, e con le palpebre un poco
scarse. Senza barba avrebbe perso gran parte della sua forza,
anche se nei muscoli la forza c'era, ed enorme, senza dubbio.
«Se tu non vuoi possiamo non restare» disse. «Possiamo
rientrare. È stata una idea infelice.» Scosse il capo come fanno
i bufali e goccioline gli si scrollarono dalla barba, poi si
volse a guardare il ruscello fangoso e disse: «Egli manda la
pioggia sul giusto e sull'ingiusto».
«Chi?» chiesi, perché non lo sapevo.
«Sì, il nostro Padre Celeste, ragazzo» disse Pendrake e ridiventando
austero buttò in acqua la lenza, ma l'acqua era talmente
turbata dalla pioggia che il galleggiante ballava di continuo
e a guardarlo non si capiva niente, neanche se tu avessi
preso una balena.
Gli indiani han sempre pescato con la lancia, che secondo
me è impresa più interessante del pescare con lenza e amo. E
poi la pioggia cominciava a darmi fastidio: da un mese circa
m'ero un po' rammollito. In ogni modo non volevo offendere
la sensibilità del reverendo, e per questo gli feci una bellissima
proposta.
Egli la seguì e in tal modo Lavender scese con il carretto
fino a riva, una riva abbastanza larga per potercelo sistemare,
poi staccò il cavallo e lo riportò sotto l'albero e noi ci ficcammo
sotto il carretto, lasciando sporgere le lenze e in questo
modo avemmo un tetto a difesa contro gli elementi.
Anche un imbecille poteva pensare una cosa simile, ma il
reverendo fu molto impressionato da quello che definì il mio
"acume”. E parve anche sollevato dal fatto che ora non mi bagnavo
più. In quanto a lui, la faccenda era più complicata:
capisci, il guaio, per lui, era che non poteva permettersi altro
piacere, escluso il mangiare. Avrebbe preferito stare scomodo
e al bagnato - non riuscivo a figurarmi altro motivo per cui
avesse voluto venire su un carretto scoperto - anziché sul calessino
chiuso, che pure possedeva. E neanche riuscivo a capire
perché fosse venuto anche Lavender: forse perché il reverendo
solo con me si sentiva a disagio.
Stava stretto, un uomo della sua mole, sotto il carretto. Ci
stemmo un bel po', fiutando la lana bagnata, e intanto la
corrente aveva intricato le nostre lenze, sbattendole poi, ormai
inutili, contro la riva dove l'esca si disfece.
Alla fine Pendrake disse: «Ragazzo, da quello che mi hai
chiesto prima, circa la pioggia, capisco che mascalzonata ho
fatto». Se ne stava lì rannicchiato con la barba contro la pancia
e guardava il ruscello oltre il velo d'acqua che cadeva dal
cielo.
«Ho lasciato che tu vivessi nell'ignoranza di un animale,
eppure avevo avuto l'incarico specifico di guidare gli uomini
alla conoscenza di Dio. Ieri ebbi modo di notare che tu ti stai
rapidamente avvicinando alla vita adulta, cioè che presto il ragazzo
sarà uomo.»
Per un istante ebbi il timore che mi avesse veduto sul petto
di sua moglie, e che avesse capito male questo episodio.
«La signora Pendrake» cominciò, e io tenni pronte le
gambe, caso mai mi servissero per scappare. «La signora
Pendrake, essendo una donna, è perfettamente ingenua per simili
faccende. È incapace di una menzogna. Guardandoti con gli
occhi di una madre, non vede colpa nel ragazzo che conosce, e
questo va detto a suo credito.
«Ma io sono un uomo, non estraneo a impurità. Io stesso
percorsi gli anni che oggi sono tuoi. Io conosco il Diavolo, ragazzo,
gli ho stretto la mano, lo ho abbracciato, ho sentito il
suo fiato fetente e m'è parso che fosse il profumo più dolce.»
Mi stava facendo una specie di predica e premette il capo
contro il fondo del carretto, schiacciando il cappello nero. Il
carro si sollevò di qualche dito dal pantano.
Poi si distese e continuò, dolcemente: «Ho sentito quel
colloquio, da oltre la porta del mio studio. So benissimo che
tu avevi il coltello, ragazzo, e posso immaginare benissimo le
tue ragioni per farne uso contro un altro... L'identità della ragazza
non m'interessa. Ho la migliore volontà di credere che
se anche tu stavi compiendo un'azione diabolica, tu non hai
conosciuto il Diavolo in veste femminile. Ha ella guance di
velluto, ragazzo, e capelli di seta ed occhi dalle lunghe ciglia
foderate di damasco? Non conta, dietro quella maschera c'è
un teschio di ossa bianche con le occhiaie cave, e quella morbida
boccuccia rosea è una tana di morte».
Io tirai la lenza come se un pesce avesse abboccato, perché
infatti cosa potevo rispondere? In quanto alle ragazze che finora
conoscevo, nella mia classe, avevano tutte dieci anni.
«Io non ti condanno, ragazzo» disse Pendrake. «Ti dico
che conosco il fuoco che insorge nei lombi e irrompe verso
l'alto consumando ogni cosa che incontra. Conosco la gente
primitiva in mezzo alla quale hai trascorso l'infanzia. So che
essi santificano questa conflagrazione. Ma qui, è vero?, sta la
nostra differenza, che noi sappiamo contenere le nostre energie
bestiali. Noi non vogliamo lordare, bensì preservare. La
donna è un vaso, e l'uomo ha il potere di mutare questo vaso
in un aureo calice o in un secchio immondo.»
Proprio in quel momento venne alla riva Lavender con
l'ombrello e tirandosi dietro un cesto enorme pieno di cibarie e
coperto di tela cerata. Si chinò a guardarci sotto il carretto.
Quando parlava al reverendo, Lavender assumeva un tono
pigro, lagnoso, stupido, e io sapevo che lo assumeva apposta,
perché altrimenti era sveglio, anche se ignorante, come già ho
detto.
«Vostro Onore,» dice «volete... volete... desinare?»
«Metti pure qui, bravo» risponde Pendrake in tono
asciutto, che secondo lui dovrebbe stimolare Lavender a muoversi
più svelto, ma par avere l'effetto contrario.
Quando finalmente Lavender se ne fu andato, Pendrake
disse: «Ecco un bell'esempio. Lo capisci che Lavender e Lucy
avrebbero vissuto insieme, sfidando le leggi del Signore e
dell'uomo, se io non avessi insistito a sposarli?».
Posso dire a questo punto, per poi non parlarne più, che
non so se Pendrake fosse abolizionista oppure favorevole alla
schiavitù. Aveva liberato Lavender, se questo significava qualcosa.
E se era abolizionista, be', allora è certo che lo era per
un motivo solo: che la libertà doveva rendere la gente di colore
meno lussuriosa. Lo so che nei libri di storia si legge che
la faccenda della schiavitù era rovente nel Missouri, a
quell'epoca, e che al proposito ci furono guerre private e sparatorie
nel cuore della notte, regno del terrore e così via. E queste
non sono bugie; ma si poteva anche camparci in mezzo, come
succedeva a me, e neanche accorgertene. Rammentatelo, la
prossima volta che leggi un libro. Io conobbi parecchi uomini
che traversarono le praterie durante le guerre indiane senza
mai vedere un selvaggio ostile. Le cose in realtà vanno sempre
così. Io non mi sono mai interessato di politica, e non vidi mai
niente. A quei tempi c'era sempre qualcuno che si prendeva
una fucilata, o una coltellata, e nessuno ci faceva caso. E poi
secondo me Pendrake era talmente rispettabile da non sentirsi
in obbligo di scegliere, almeno a voce alta, per l'uno o per
l'altro partito.
A questo punto il reverendo s'interruppe e tolse la tela cerata
dal paniere. Lucy ci aveva messo dentro più cibarie di
quante ne mangiasse, in un inverno intero, la banda di
Pellevecchia. Cerano due o tre polli fritti, un gran tocco di prosciutto,
una decina di uova sode, due pagnotte e una torta di
cioccolato, per far menzione soltanto delle cose più importanti.
Finora non avevamo fatto altro che starcene seduti sotto il
carro, e io non avevo troppa fame. Mi sentivo anche un poco
di nausea, per dover stare dentro la lana bagnata; fra i
Cheyenne si va vestiti di pelle, la quale prende la pioggia come
se fosse pelle tua. Ma può anche darsi che io fossi imbarazzato
per le chiacchiere di Pendrake su faccende che dovrebbero
essere private. Mi pare che già le sapessi a dieci anni, prima
di andare con gli indiani, ma m'ero scordato che la congiunzione
dell'uomo con la donna è considerata cosa sporca
dai bianchi, i quali ci mettono di mezzo la legge. Lucy e
Lavender dormivano nella stessa stanza, ma questo era contro la
Legge di Dio e degli Uomini fino al giorno in cui Pendrake
disse loro poche parole e tutto divenne lecito.
Be', era divertente guardare il reverendo che consumava
quel pasto. Io mangiai un'ala di pollo, un uovo, un pezzo di
pane, un pezzo di torta e mi sentii fin troppo pieno. Tutto il
resto sparì rapidamente nel pancione di Pendrake. Del contenuto
del paniere rimase un mucchietto d'ossa ben nette e di
gusci d'uovo. Il tutto nel tempo di quindici minuti.
Poi si lisciò la barba con le dita, eppure, che io sapessi,
mai una briciola era caduta in quella boscaglia. Era pulito nel
mangiare, pensavo io, perché non voleva che neanche mezzo
boccone gli sfuggisse di bocca. Poi si stuzzicò i denti e si ripulì
il gargarozzo con una gran sorsata dalla brocca d'acqua che
aveva messo Lucy.
«È stata per me una grossa soddisfazione avere con te
questo colloquio, ragazzo» dice poi. «E io spero e confido che
tu ne trarrai qualche beneficio. Prima non avemmo l'occasione
di conoscerci l'un l'altro, perché mentre io sono tuo padre sulla
terra, sono troppo occupato a servire il Padre mio su in cielo.
Ma Egli è anche tuo, e servendo Lui io servo te, se riesco a
farlo come si deve. Questo impegno mi lascia poco tempo per
il delizioso svago che ci stiamo godendo quest'oggi, anche se il
godere con moderazione non è di certo un peccato.»
Non ho detto che di domenica io dovevo starmene in
chiesa a sentire le prediche di Pendrake. C'era una sola consolazione,
e cioè che in chiesa veniva anche la signora Pendrake,
con indosso i suoi vestiti più belli, e io era fiero di sedere accanto
alla più bella donna della città, con gli uomini, compresi
gli anziani, che se la mangiavano con gli occhi fra la stizza
delle altre donne. Ma quei sermoni! Il guaio di Pendrake era
che gli mancava il fuoco. A differenza del mio vecchio, anziché
sentirsi liberato dalla propria religione, ne era semmai imbottigliato.
Questo forse poteva giovargli a non farsi uccidere
dai selvaggi, ma forse era peggio il non saper mai aprire il
proprio spirito ai venti.
In ogni modo, parlava sempre parecchio di "peccato”, e io
appunto stavo pensando mentre ce ne stavamo lì a sedere che
cosa, secondo lui, costituiva "peccato”. Forse tu rammenti che
per il mio papà peccato era imprecare, sputare, masticare a
bocca aperta, non lavarsi la faccia. A quanto mi pareva, l'opinione
di Pendrake era diversa. In ogni modo era chiaro che
non avremmo preso neanche un pesce, e il pasto era finito, e
nonostante le parole del reverendo sulla soddisfazione tratta
dal nostro colloquio, il suo aspetto era ancora adesso quello di
un uomo a disagio. Capisco che un uomo abituato a tirar fuori
sempre parole, qualche volta si chiederà se queste parole arrivano
a segno.
Allora, per farlo contento, per lo stesso motivo per cui
avevo detto "mamma" alla signora Pendrake, gli domandai
del peccato. Non era un uomo cattivo, e per di più mi aveva
asciugato la faccia. Io sono come gli indiani in questo, se mi
trattano bene cerco di ripagare.
La sua definizione del peccato era più vasta di quella di
mio padre, e ci fu una lista più lunga di specificazioni di quella
che forniva il mio vecchio, probabilmente perché mio padre
era un dilettante, come predicatore, e inoltre non sapeva
leggere. E infatti i testi a cui si rifaceva Pendrake non erano
propriamente suoi ma, come ebbe a dirmi, eran quelli biblici,
di Paolo.
«Le opere della carne» risponde il reverendo. «Le opere
della carne sono manifeste e sono le seguenti: adulterio, fornicazione,
impurezza, lascivia, idolatria, stregoneria, odio, discordia,
emulazione, ira, guerra, sedizione, eresia, invidia, assassinio,
ubriachezza, baldoria e simili.»
Era buffo, gli anni più importanti della mia formazione,
sinora, erano stati cura del mio secondo padre, e cioè
Pellevecchia. Ora, se togliamo l'"invidia" da quell'elenco - infatti
non desiderava nulla, convinto come era di avere già tutto -
quell'elenco stesso pare il ritratto del mio secondo padre. Eppure
aveva tra i Cheyenne tutta la fortuna che può desiderare
un uomo.
In quanto a me, avevo commesso solo alcuni di quei delitti;
ma d'altro canto ero ancora giovane.
Tuttavia per il resto della giornata mi tenni abbastanza
puro e anzi estesi il periodo della purezza per alcune settimane.
Ecco gli effetti della vita fra i bianchi. Una volta inzuppato
di civiltà, mi venne la polmonite.


CAPITOLO 10.
DA DIETRO LA SERRANDA.

Stavo veramente male, come mai mi era accaduto per tutta
l'infanzia. Non m'importa se resto ferito, ma non mi va di
ammalarmi. Non voglio dire con questo che una ferita mi
piaccia, ma se devo subire un castigo, meglio la ferita che una
qualsiasi infermità che mi costringa a letto. Non m'importa di
restare ferito, a meno che non ci debba rimettere un pezzo di
carne e debba assistere alla ricucitura.
Capisci perché ho parlato di castigo. Nonostante i miei
modi cinici, avvicinandomi ai sedici anni, il reverendo mi aveva
influenzato con tutti quei discorsi puritani, e dopo la spedizione
di pesca avevo fatto certi sogni, nei quali ero io a compiere
il peggio, pur sapendo che era male, per trasformare l'aureo
calice della donna in un secchio immondo.
Puoi dire senz'altro che era stato lui a darmi quest'idea, allo
stesso modo in cui mi aveva dato la polmonite tenendomi
all'aperto con la pioggia, perché proprio la polmonite avevo
al mattino, anche se dapprima era parso un raffreddore e io
mi ero alzato come sempre. Ma a colazione mi sentii così male
e mi venne la nausea a veder Pendrake divorare le sue uova,
anche se, come sempre, lo fece pulitamente. Allora la signora
Pendrake mi posò la mano fresca sulla fronte, che scottava,
mentre nelle ossa avevo i brividi.
Poco dopo tornavo a letto, e un vecchio medico coi favoriti
bianchi finalmente venne, ma non aveva la medicina di Lupo
Mancino, te lo dico io. Rimasi ammalato per tre settimane
e capii dopo che mi davano per spacciato entro pochi giorni,
tanto che il reverendo venne a pregare per me.
Me lo disse Lavender. Capitava spesso da me quando cominciai
a migliorare. Rammento la prima volta che lo vidi, in
piedi, accanto al letto, uscendo dal dormiveglia in cui stavo
quasi di continuo, e per un momento mi parve di essere ritornato
fra i Cheyenne. Lui era molto scuro, d'incarnato, ma gli
indiani a volte si tingono di un colore simile; e poi, non era
bianco.
Per questo dissi una battuta in lingua cheyenne.
«Prego?» disse sbarrando gli occhi, e allora io vidi chi
era e ci restai un po' imbarazzato.
«Via ora» mi dice. «Adesso riposa. Non ti preoccupare
del vecchio Lavender. È venuto soltanto a vedere come stai.»
Di solito usava questo stile, parlando di se stesso, come se
parlasse di una terza persona. Immagino che per qualche motivo
era convinto che tu non sopportassi di sentirgli dire ”io”
oppure ”me”.
Dico io: «Avevo creduto che tu fossi indiano».
Certe volte basta una frase per farti amica una persona, e
di solito sono frasi non intese a questo fine, perché ho poi scoperto
che di rado si riesce a fare intenzionalmente un complimento.
Non dico con questo che, prima di quella frase, Lavender
e io fossimo nemici; semmai ciascuno di noi dava per
scontato d'essere lui il servo, io il padroncino: Direi che per
curiosità era venuto a vedere come stavo.
Dice: «Son venuto qua dentro perché in casa, a parte Lucy,
non c'è nessuno, e Lucy non lo sa, altrimenti la sgridano».
Avevo una stanza tutta mia al secondo piano, con un lettone
morbido a cui misi del tempo per imparare ad addormentarmi
senza che mi venisse il capogiro.
«Non sei mai stato qua dentro?»
«Ci portai il mobilio» dice Lavender. «E ho lavato le
finestre, ma non ci son mai venuto a chiacchierare. Suppongo
che se si venisse a sapere che sono stato qua dentro, tu potresti
dire che mi hai invitato tu.»
«Certo» gli risposi, e poi tu lo sai che una persona, quando
è malata, prova pietà per se stessa, «Direi che sei tu l'unico
che si preoccupa della mia vita e della mia morte. Sei stato
il solo a venire da me.»
«Tu non lo rammenti» dice lui. «La signora è stata qui
di continuo, e il reverendo ha fatto le sue preghiere, e secondo
me, se non avesse fatto questo, tu saresti di già morto stecchito
e avrebbero fatto una buca per terra, ti ci avrebbero
messo dentro, poi avrebbero ricoperto pestando la terra coi
piedi.»
«Be'» dico io. «Visto che non è successo, preferirei che
tu non insistessi troppo con questi particolari. Immagini che
sia stato Iddio a salvarmi quando glielo ha chiesto il reverendo?»
Lavender mi strizza l'occhio. «Il dottore non ci sarebbe
certo riuscito, quando se la prese con Lucy perché lei non ti
desse quel suo tonico fatto con radici e roba simile, e che cura
tutti i mali. Ti dico io, ci fu un periodo in cui tutto quel che
mangiavo mi diventava veleno e mi sentivo lo stomaco come
una rete da pesca. Lucy mi dette il suo tonico ed entro la settimana
io ero capace di masticare un osso e ingoiarlo come fanno
i cani.»
Io dissi: «Perché non ti accomodi su quella sedia?».
«Volentieri» risponde e si mette seduto, dapprima un poco
rigido, poi man mano sempre più a suo agio. «Senti una
cosa, è stato buffo che tu mi abbia preso per un indiano. Non
sapevo che fossero neri.»
Soltanto allora mi accorsi che mi avevano appiccicato sul
petto un impiastro di seme di senape, perché cominciò a
prudermi e io, sempre parlando con Lavender, mi grattavo.
Dico: «Giù al bivio del Solomon vidi un Cheyenne più
nero di te. Lo chiamano Mohkstavihi, la stessa parola che indica
qualunque persona di colore come te.»
«Uomo nero?»
«No, significa "uomo bianco nero.”»
Si mise a ridere forte, poi d'un tratto smise, e annuì, gravemente.
«Ora vado a bruciare le foglie» dice ed esce. Forse
urtai i suoi sentimenti, ma quella era la verità, e la verità, dicono,
rende liberi.
In ogni modo il giorno dopo ritorna, mentre la signora
Pendrake era fuori a fare la spesa, e il reverendo nel suo studio,
e stavolta Lavender non ebbe paura di Lucy, al punto che
si azzardò di chiedere a Pendrake il permesso di vedermi, permesso
che gli fu concesso.
Inoltre si mise a sedere senza che io lo invitassi, e per me
andò bene così, perché, data la mia educazione, io non ebbi
mai idee preconcette sul margine da dare a un negro, anche se
questa cosa crucciava non poco parecchia gente nel Missouri.
Scoprii che Lavender subiva il fascino degli indiani. Ho
già detto che la signora Pendrake diede orecchio quel primo
giorno alle mie esperienze, ma poi non più, quindi immagino
che lo facesse per mostrarsi gentile. E chiunque altro avrebbe
preferito morire piuttosto che farmi domande su questo argomento,
direi.
Invece Lavender non se ne saziava mai. Se non fosse stato
analfabeta, avresti detto che intendeva scrivere un libro.
Dopo un poco fa: «Quell'indiano scuro che mi hai detto
di aver visto sul fiume Solomon, io ci ho ripensato, e mi è venuto
in mente che potrebbe essere anche mio parente». Lavender
era un tipo in gamba: non sapeva né leggere né scrivere
e neanche un giorno era andato a scuola, ma sapeva un
mucchio di cose. Aveva attaccato a parlare di capitan Lewis e
di capitan Clark, gente da me mai incontrata a scuola, e difatti
i loro nomi mi erano nuovi.
«Ecco» dice. «Quegli uomini bianchi presero su per il
fiume fino a che divenne così scarso che loro potevano tenere
un piede sulla riva destra e uno sulla sinistra, e poi trovarono
il buchetto da cui sortiva, e avrebbero potuto ficcarci un dito e
fermarlo, e così non ci sarebbe più stato il fiume Missouri, ma
solo un gran pantano lungo duemila miglia, pronto a seccarsi
e a crepare al sole.»
Io non gli credevo, ma in seguito seppi che era vero, voglio
dire la storia di Lewis e Clark, che esistettero sul serio; se
poi fossero capaci di fermare il Missouri con un dito, questa è
un'altra faccenda.
«Capitan Lewis e capitan Clark si portarono dietro un
uomo di colore, di nome York, e gli indiani non lo avevano
mai visto prima, un uomo di colore, e pensavano che York fosse
tinto di nero, e allora si sputavano nelle mani e cercavano di
levargli il colore, e siccome non gli riusciva, lo raccontarono a
tutti gli altri pellerossa, per miglia all'intorno e tutti quanti
venivano a cercare di togliergli la tinta.
«York fu la cosa più interessante che gli indiani trovarono,
a proposito di capitan Lewis e di capitan Clark. E sai cosa
fece? Siccome era uomo spiritoso disse a quegli indiani che
al principio della sua vita era stato un animale selvatico, e che
poi capitano Clark lo aveva catturato e domato, sino a farne un
uomo. Poi ruggiva, mostrava i denti e gli indiani scappavano.
Ma poi vollero molto bene a York, gli fecero regali e lo fecero
giacere con le loro donne in modo da avere poi qualche
bambino nero.»
Lavender alzò il ciglio. Disse: «Ora è probabile che se tu
dovessi, oggi, andare da quelle parti, incontreresti qualcuno di
questa covata, che ai tuoi occhi mi assomiglia. York era primo
cugino del mio bisnonno. Credo che fosse la persona più famosa
della mia famiglia».
«Potrebb'essere» dico.
«Più ci penso, più ne sono certo.» Così dice Lavender e
poi, chinandosi su di me e a voce bassa: «Non ti nascondo
che ho in mente di andarci anch'io, da quelle parti... Ma se
ora questo tu vai a dirlo a Lucy, mi metti nei pasticci».
«Non te la porti dietro?»
«Proprio per questo me ne voglio andare» sussurra, e
guarda impaurito verso la porta. «Fatti catturare da una donna,
e avrai motivo di pentirtene ogni minuto della giornata.
Ora, il reverendo mi comperò dal mio vecchio padrone e secondo
la legge mi liberò. Gli ho sentito dire: "Nessun uomo
deve essere proprietario di un altro uomo”. Poi mi fa sposare
Lucy, perché secondo me lui crede giusto che una donna sia
proprietaria di un uomo. A mio modo di vedere, io ho avuto
dalla legge un beneficio e un difetto, dunque ora son pari e
prima di perderci voglio andare da quelle parti, dove non ci
sono per niente leggi e loro sono selvaggi.»
«Magari si potrebbe andare insieme» dissi. Fino a quel
momento non avevo mai pensato di fuggire via dai Pendrake,
perché mi avevano trattato bene, ma ero ormai da due mesi
nel mondo civile e continuavo a non capirne il senso, a parte
quando era in giro la signora Pendrake. Adesso ero ammalato
in questo modo vergognoso: non ci si dovrebbe ammalare per
via della pioggia, che è cosa naturale. Voglio dire che non vivevo
alla maniera giusta. Forse la sola volta che mi sentii bene
in città fu quando stesi a terra quel ragazzo Luke English
e presi il coltello. Ed ero convinto che il mio sangue si annacquava,
per mancanza di fegato di bufalo, crudo. La sola cosa
imparata sinora e che sembrasse avere una radice reale erano
i desideri lussuriosi, e il reverendo mi diceva che essi erano
sbagliati.
«Se puoi aspettare che stia meglio...» cominciai.
Ma Lavender si accigliò e disse: «Non voglio sentire discorsi
simili. La differenza fra me e te è che io son di colore e
tu sei un ragazzo. Ora, nessuno può fermare un uomo di colore
se questi se ne scappa, ma se si porta dietro un ragazzo, si
rimette nei pasticci con la legge».
«Senti» dico io. «Una volta superato Forte Leavenworth,
sarò io che porto dietro te.»
Queste parole lo ferirono nell'orgoglio e brontolò qualcosa,
a occhi bassi:
«Be', stanotte me ne vo via. Aspetterei, ma non posso».
«Ma non è la stessa cosa attendere qualche altro giorno?»
Infatti pensavo di rimettermi presto in gamba.
«Ogni ora è d'angoscia» dice Lavender. «È una mostruosità
della natura che un uomo sia governato da una donna.»
Immaginai che avesse preso queste parole da un qualche
discorso di Pendrake, perciò gli chiesi che se davvero Lucy gli
dava tanta noia, perché non chiedeva consiglio al reverendo?
«Bada bene» mi dice Lavender. «Non voglio dire neanche
una parola contro tuo padre.»
«È mio padre» dico io «soltanto per la legge che tu dicevi,
ed è una cosa da meravigliare come un uomo possa farsi
parenti nuovi solo firmando un pezzo di carta.» Fece impressione
a Lavender questo fatto, che neanche io avessi grande
opinione della legge, e che come lui ne ero vittima, anche se
non nella sua desolazione.
Fece una smorfia e a bassa voce: «Non ne avrà mai uno
alla maniera solita».
Cominciò a dolermi la schiena per la contrazione dei muscoli,
e cercai un'altra posizione sul letto.
«Come sarebbe a dire?» Ma già lo sapevo, e la schiena
mi fece più male di prima.
Lavender trasalì e si ritrasse. «Non voglio mettermi nei
pasticci.»
«Non hai detto che te ne vai stanotte?»
Aprì gli occhi. «È vero» e fa un sorriso di sollievo. «È
vero, certo.»
«Dammi quella carta e quella matita sulla scrivania, e io
ti traccio la carta di dove sono i Cheyenne.» Gli dissi non poche
cose utili su come cavarsela con gli indiani, e conclusi
così: «Sappi essere buon amico ma non strisciare mai come
un verme davanti a un Cheyenne, qualunque cosa lui faccia,
perché altrimenti lui fa peggio. Ti dico questo perché negli
ultimi tempi hanno avuto un sacco di guai coi bianchi e potrebbero
essersi fatto qualche pregiudizio.»
«Contro i bianchi?»
«E tu sei un bianco, anche se di colore» dico io. «Sto
parlando delle cose in cui credono, che sono la verità quando
si vive in mezzo a loro, come le leggi dalle parti nostre.»
Tracciai la mappa, poggiando la carta contro un libro.
Lavender non sapeva leggere, ma doveva poter seguire il mio
tracciato dei fiumi.
«Se tu potessi aspettare un poco, ti potrei insegnare un
po' del linguaggio dei gesti, e magari anche un po' di cheyenne»
dissi.
«No» rispose. «Non posso indugiare. Ma te ne ringrazio
tanto.»
«Aspetta» dico mentre lui fa il gesto di alzarsi da sedere.
«Non mi hai finito quel discorso sul reverendo.»
Lavender uscì e diede un'occhiata per il corridoio, a destra
e a sinistra, poi rientrò e si mise accanto al mio letto.
«Non giace con la sua signora» dice. «Credo per via del
fatto che è un religioso, eppure gli altri religiosi della città
hanno figli, quindi è segno che non è contro la legge.»
«Intendi dire mai?» chiedo io. «Perché so di indiani che
per un certo tempo non lo fanno, a causa di un sogno che
hanno avuto, o prima di una guerra.»
«Mai» dice Lavender. «Lucy lo ha scoperto in un tuorlo
d'uovo. Ha l'arte della magia. Per questa ragione io me ne vado.
Ogni volta che vado con un'altra donna, Lucy lo vede nell'uovo.»
Lavender non fuggì quella notte. Ritornò a trovarmi il
giorno dopo, e neanche mi chiese scusa per non aver attuato il
suo piano. Parlava come se il progetto fosse rinviato alla notte
dopo, e così avanti ogni giorno. La gente che parla invece di
fare, mi fa venire i dolori al culo. Capisco che Lavender voleva
qualcuno con cui sfogarsi, e questo va bene, ma avrei almeno
voluto che l'ammettesse. D'altro canto, mi pareva che occorrerebbe
un altro metro per giudicare un uomo che era stato
tenuto schiavo fino all'età di ventidue anni. Gli ci vuole del
tempo per imparare quello che è possibile, e forse bisognerebbe
dargli credito, anche se della libertà ha soltanto l'idea.
In ogni modo io non avrei dovuto prendermela, se non se
n'era andato, perché era la sola persona in città con cui potessi
parlare a mio agio. Quel ragazzo che avevo castigato, Luke
English, mi venne a trovare durante la malattia. Continuava a
odiarmi con tutta l'anima e immaginava ch'io l'avessi battuto
con l'imbroglio, e non con la forza - i bianchi ragionano
sempre in questo modo, sugli indiani - ma suo padre voleva
arruffianarsi con i Pendrake, e per questo lo mandò con una
torta fatta da sua madre. Strada facendo Luke si fermò per
leccare tutta la glassa; a me non ne importò nulla, perché non
avevo ancora ricominciato a mangiare, e inoltre una palla di
cannone come era quella non l'avrei mangiata neanche da
sano.
Non appena la signora Pendrake, che lo aveva fatto entrare,
scese di sotto, Luke attaccò a parlare in modo sconveniente.
Poteva benissimo far coppia con il reverendo, e andarsene
con lui a dare spettacolo, tenendo dibattiti su quell'argomento,
perché i due rappresentavano le due facce della stessa
medaglia.
«Senti» disse Luke, volgendo lo sguardo sulla mia stanza.
«Hai una bella tenda, qua dentro. Ci hai mai portato
qualche ragazza?»
«E tu?» risposi in tono di scherno.
«Io non ho una stanza tutta mia. Devo dormire insieme a
tre fratelli. Il mio vecchio e la mia vecchia ci han dato sotto in
una maniera da riempire una casa intera. Ho anche quattro
sorelle. La più grande ha diciotto anni precisi. C'è qualcuno
che ogni sera le entra nel letto e si fa i comodi suoi. Papà non
sa che pesci prendere, su questa faccenda.»
Ero ancora così debole e sciocco da chiedere: «Perché
non gli spara?».
Fece una risata: «Ma quel tale è suo marito».
Si mette a sedere in fondo al letto. «Con le donne indiane,
com'è? Ho sentito dire che odorano parecchio. Ho sentito
dire che se ne vuoi una, getti una fava oltre il fuoco del campo
e la ragazza a cui cade più vicina la fava deve venire con
te, anche se è la moglie del capo. Io non ho mai avuto una
donna indiana. Quelle che ho visto erano parecchio brutte.
Meglio trovarsi una pecora grassa, se non capita di meglio.
«Naturalmente quella cosa la faccio. L'altro giorno sono
entrato nella stanza mentre la ragazza negra faceva le pulizie.
In quel momento non c'era nessuno, di sopra, anche se al piano
di sotto c'erano mia madre e mia sorella, in cucina. Così ne
avevo voglia, e allora butto giù la ragazza negra e glielo metto...»
Non mi è mai piaciuto ascoltare le porcherie, vere o false
che siano; se le storie son belle mi fanno venire voglia, se sono
brutte son la cosa più noiosa del mondo, direi. In quanto a
Luke, più parlava e più io mi facevo convinto che la sua esperienza
consisteva solamente nel giocare con se stesso fino a ridursi
completamente idiota.
E tuttavia, quando la signora Pendrake tornò di sopra per
chiedere a tutti e due se volevamo una tazza di siero di latte,
io rispondo di no e faccio capire che sono stanco, mentre lui
risponde di sì e lei se lo porta in cucina, e lui se la guarda dalla
testa ai piedi, non appena lei voltava il capo. Io ero parecchio
geloso. Perché anche un ragazzo brutto e scemo come
quello, sempre maschio è, e la signora Pendrake lo sapeva, né
poteva fare a meno di rammentare che era donna. Non dico
con questo che facesse una cosa che si veda a occhio nudo, e
come già ho spiegato era molto fredda con quasi tutti gli uomini
e si comportava come se gli uomini avessero i piedi nel
letame di cavallo, dieci palmi sotto di lei.
Passato tanto di quel tempo che Luke avrebbe potuto bersene
un gallone, di siero, Luke ritornò da me, perché aveva dimenticato
il berretto in camera mia. Si leccava i labbroni, e a
me questo pare logico, infatti gli si vedeva, agli angoli, un po'
di siero. Ma io avevo il coltello sotto il cuscino, e rammento
che giurai: se questo osa dire una parola sulla signora
Pendrake, io gli taglio quel suo cuore nero.
Ma lui disse soltanto: «Bene, dirò a mio padre che tu
non morirai per via delle botte che ti ho dato. Non ho nulla
contro di te, no. Quando ti sarai rimesso in piedi, ti porto da
una bella puttana, giù dalla signora Lizzie».
Io ero diventato uomo prima del tempo, e adesso era come
se fossi tornato bambino, disteso lì, giorno dopo giorno, e
quando non c'era da discorrere con qualcuno, stavo a guardare
il soffitto e ci vedevo una donna nuda. Non la signora
Pendrake, m'affretto a dire, e neanche le donne indiane che avevo visto
di tanto in tanto senza panni addosso, anche se la donna
Cheyenne è modesta. Prendi Nulla, per esempio, se l'avessi vista
nuda non sarebbe stata un'esperienza troppo conturbante.
No, la donna vista sul soffitto era come un dipinto di donna
nuda, quello stesso che stava appeso alle spalle del barista nel
saloon di Evansville anni prima, quando mio padre ci andava
a predicare.
Ora, questa è una cosa buffa che mi ritornava alla mente
dai tempi in cui l'immagine per me non aveva significato. Durante
la predica ci mettevano sopra una coperta, e io rammento
che Bill ridacchiava e le mie sorelle arrossivano, ma per me
non significava nulla: grassa di petto e di anche, e teneva incrociate
le cosce possenti per nascondere l'inguine. I capezzoli
eran del colore della porpora, ecco tutto quello che potevo dire
io a quell'età, perché mi facevano pensare alle susine.
Ma ora la donna era sul soffitto di camera mia. Si accordava
con tutto il resto di quella casa, penso, l'immagine e non la
realtà: il senso materno della signora Pendrake, l'autorità spirituale
del reverendo, l'amicizia di Lavender, e la mia donna
che non era mai esistita.
Finalmente mi fui rimesso in forze quel che bastava a far
lunghe passeggiate all'aperto, a patto di coprirmi bene, perché
ormai era inverno e aveva anche nevicato un paio di volte,
mentre io ero a letto. E poi un pomeriggio, dopo mangiato -
e il reverendo, per quanto ne sapevo io, aveva superato ogni
suo record facendo fuori un tacchino con una mano sola, perché
la signora Pendrake ne prese pochissimo e io ero ancora a
minestrine - la signora Pendrake dice: «Caro, potrebbe essere
divertente venire con me in città. Potremmo prendere un
bicchiere di soda e comprarci qualche vestito nuovo».
Non dirò nulla delle spese, che la signora Pendrake ultimò
in un tempo incredibilmente breve per una donna - eppure
comperò una gran pezza di stoffa, per sé e per me. Credo
che con le vesti fosse ciò che il reverendo era per il cibo:
ghiotta ma pulita. Nondimeno non avevo ancora rimesso su
forze sufficienti e anche quando sto bene i negozi mi fanno venire
il mal di testa. Lei se ne accorse e disse: «Ora andiamo a
bere la soda».
Non ero mai andato nel posto dove entrammo, un posto
che avevano aperto durante la mia malattia, piuttosto elegante,
coi tavolinetti di marmo e le sedie di vimini e gli oggetti di
ottone, e c'era un gran banco di marmo, e sopra il banco un
recipiente che sembrava un'urna funeraria, con sopra seduto
un cupido e due teste di elefanti che sporgevano dalla tazza.
Nella base di questo arnese cerano sei o sette rubinetti, per
metterci sotto il bicchiere, prendere un qualche sciroppo, poi
metterlo sotto la proboscide dell'elefante, girare l'orecchio, e
usciva la soda.
Mi fu subito antipatico il tipo che dirigeva questo posto,
perché aveva una grande opinione di sé, portava un panciotto
di broccato e un fiore artificiale all'occhiello, ed era altissimo.
Direi che poteva sembrare un bell'uomo, a giudizio di qualcuno,
ben rasato e con bei capelli neri, ricciuti. Certamente lui
pensava proprio questo. Non mi piaceva invece il suo atteggiamento
di ficcanaso nel condurre il locale dove andavano
donne e bambini a rinfrescarsi.
A volte questo bel tipo versava la soda da solo, poi metteva
i bicchieri su un vassoio d'argento che un ragazzino di colore,
vestito da arabo, con il turbante e i calzoni alla zuava, portava
al tuo tavolo. Diedi di mancia al ragazzo il soldino che
mi aveva dato il reverendo, ma lui non me ne fu per niente
grato, solo lo addentò per verificare che non fosse falso, e se
lo mise nella scarpa arricciolata. Feci questo perché mi
piaceva la parte dell'uomo adulto, a questo punto, e far io da cavaliere
alla signora Pendrake, anziché il contrario. Ormai avevo
quindici anni. In piedi ero più basso di lei, ma seduti eravamo
quasi eguali.
Lei capì, perché la signora Pendrake in ogni momento coglieva
la situazione esatta, quando si trattasse di uomo e donna,
e senza farsene accorgere mi rifilò un dollaro perché potessi
pagare il conto, al momento giusto.
Tutto fu perfetto per due minuti, lei e me insieme in quel
modo, e lei mi disse parecchie volte «caro» e la soda dal gusto
di ciliegia che bevve le lasciò un segno rosso sul labbro di sotto.
Mai avevo visto cosa più bella del suo viso fra il bavero e
il berretto di pelliccia. M'importava solo di lei, e a lei solo di
me in quel negozio, e odiavamo tutti gli altri e forse anche il
resto del mondo.
Poi sopravviene quel disgraziato d'un proprietario, ghignando
coi denti davanti, quello che secondo lui sarebbe un sorriso,
e dice alla signora Pendrake: «Magari il giovanotto vuole
una torta». Non parlava educato come lei, e nemmeno ignorante
come me, soltanto volgare. Era anche il primo uomo
che io vedessi non cedere alla signora Pendrake, ma la guardava
insolente, con le palpebre calate.
In risposta, la signora fece un cenno verso di lui e poi mi
disse: «Questo è il signor Kane, Jack».
Ormai avevo imparato quali siano i bei modi, e mi alzai
in piedi, per non farla vergognare, ma lui non tese la mano,
né in altro modo riconobbe la presentazione, anzi ritornò al
banco di marmo e preparò un vassoio di paste e dolciumi, che
mi fece consegnare dal ragazzino negro.
«Non è molto gentile» disse la signora Pendrake. La signora
Pendrake prese il manicotto da sopra l'altra sedia.
«Forse, caro, mentre tu badi ai tuoi pasticcini, forse mi potresti
permettere di finire le spese. Debbo comprare diverse altre
cose e non vorrei proprio stancarti, il tuo primo giorno
d'uscita.»
Era sempre un gran piacere per me sentirla parlare. A
volte non riuscivo ad afferrarne il senso. Per esempio ora. Capii
che mi lasciava solo quando mi toccò la spalla e andò alla
porta, e dovette aprirsela da sola, perché il proprietario continuò
a voltarle le spalle, eppure un minuto dopo, quando due
donne brutte e magre, che io riconobbi - la moglie di un anziano
della nostra chiesa e quella zitellona di sua sorella -
s'accinsero ad andar via, scattò in piedi e alla sua maniera untuosa
le accompagnò inchinandosi.
Be', pensai, se questo crede di farmi spendere quasi un
dollaro per i suoi pasticcini, si sbaglia. Non avevo fame, comunque,
e mi dispiacque un poco che la signora Pendrake
non rammentasse quel che aveva detto il medico, di andarci
piano con i dolci. Siccome ero di malumore, alzai gli occhi al
soffitto del locale e ci rividi il mio vecchio tormento, la donna
del quadro nel saloon. Deve essere stato il pensiero di Luke
English, perché rammentai quello che mi aveva detto sulla
puttana giù dalla signora Lizzie. Senza dubbio aveva mentito,
ma io sapevo dov'era questa signora Lizzie, sopra un saloon
all'altro capo della città, e sicuramente puttane ce n'erano, là
dentro, e le vedevi affacciate alla finestra, e a volte, se eri un
ragazzo della mia età, ti chiamavano: «Se mi dai un dollaro
ti faccio crescere».
Sarebbe stato un bello scherzo, per la signora Pendrake, se
fossi andato laggiù con il suo dollaro. Non avrebbe dovuto lasciarmi
solo, pensavo. Mi alzai, andai al banco per pagare il
conto, e soltanto allora capii che non mi sarebbe rimasto un
dollaro intero, perché i bicchieri di soda costavano un nichelino
ciascuno, e magari quel tanghero mi avrebbe messo in conto
i pasticcini, anche se io non li avevo mangiati, eppure fui
come sollevato all'idea che in questo modo non sarei andato
dalla signora Lizzie. C'era in me gran confusione, in quel periodo
della mia vita, con le idee che si accavallavano e si cancellavano
luna con l'altra.
Però il tanghero non c'era; non so dove fosse andato, lasciandosi
dietro un vecchio coi baffi a manubrio, il quale ammise
che al mio conto qualcuno aveva già provveduto. Dunque
avevo ancora il mio dollaro, e questa mi parve una disgrazia
quando fui per strada perché mi venne una gran debolezza
ai garretti. Guardai a destra e a sinistra cercando la signora
Pendrake, e desideravo vederla, così non avrei avuto motivo
per andare oltre. L'ultima cosa al mondo che in quel momento
desiderassi era una puttana, ma sentivo che questa era una
sfida, una volta che mi ero alzato anziché sedere ad attendere
in quel locale.
Poi vidi le orme delle sue scarpe nella melma. Non so dirti
che cosa me le facesse riconoscere da altre orme; così, le sapevo,
perché ogni suo particolare mi era familiare. Mi bastava
annusare una stanza per dirti se lei c'era stata, durante gli ultimi
due giorni. Sotto questo aspetto i miei sensi non s'erano
smussati vivendo in città. Quelle orme andavano per un pezzo
diritte, poi giravano l'angolo, prendevano a sinistra, verso
nord per un altro isolato, di nuovo a sinistra - le seguivo,
pur facendo finta di star bighellonando come un ragazzino viziato
- e quando le orme ebbero preso quella seconda svolta
a sinistra, in una strada residenziale parallela e posteriore all'isolato
dei negozi, capii che mi aveva mentito.
A metà dell'isolato era un vicolo che riportava verso la
strada delle botteghe. Cera passato da poco un carretto, tirato
da un mulo e guidato da un uomo di colore sui settant'anni:
un indiano sarebbe stato capace di dirti anche l'età del mulo.
In ogni modo, proprio questo vicolo avevano imboccato
gli scarponcini della signora Pendrake, per rientrare verso i
negozi, solo che quando furono all'altezza dei negozi, gli scarponcini
traversarono un cancello, traversarono un cortiletto,
raggiunsero una porta, e lì terminarono.
Mi fermai alla stecconata, perché lì ricomparve l'uomo di
colore con il carretto, e veramente dimostrava un settant'anni
e guidava un grosso mulo. I negri erano bravissimi a parlare,
come faceva Lavender, dei segreti che si vedono nelle uova e
così via, ma io credo che la ragione per cui sapevano tutto, a
quei tempi, è che andavano sempre a raccattare roba nei vicoli,
a far pulizie nelle camere eccetera, e in questo modo riesci
a raccogliere un mucchio di sporcizia, anche senza cercarla.
Mi augurò il buongiorno e tirò via; sull'altro lato del vicolo
un cane nero cominciò a latrare, poi si chetò.
Per un minuto il vicolo fu vuoto e tacito, e io ne profittai
per superare il cancello, sulle tracce della signora Pendrake.
Va bene, arrivai alla porta come ci era arrivata lei, ma adesso?
Non c'erano buchi di chiave e probabilmente, se ce ne fossero
stati, aprivano su ingressi bui. Misi l'orecchio alla porta ma
non sentivo nulla. E se fossi entrato e l'avessi trovata nell'atto
di farsi misurare un corsetto? Soltanto il pensiero mi fece male,
ma al tempo stesso mi eccitò. Rammentati che avevo quindici
anni, non ero il rudere che tu vedi adesso, e che spero non
ti faccia troppo schifo, perché devi credermi che né prima né
dopo fui mai in queste tristi condizioni.
Certo, non entrai. Accanto alla porta c'era una grossa cassetta
di legno, e più oltre una finestra, in veranda. Un ragazzo
della mia statura poteva salire sulla cassetta e dà lì dare un'occhiata
alla finestra, attraverso una minuscola fessura della serranda,
e nessuno dei frequentatori del vicolo ci aveva mai
pensato.
Nonostante tutte le cose che avevo notato percorrendo il
mio tragitto, non capii di trovarmi proprio sul dietro dell'edificio
di cui il locale della soda occupava il davanti. Me ne accorsi
soltanto dopo, passati un paio di minuti, quando mi ritrassi
e incespicando, alla meglio, riuscii a trascinarmi fino a
casa.
Attraverso la fessura avevo visto il proprietario del locale e
la signora Pendrake. Erano vestiti, ma stretti l'uno all'altra. E
proprio quando io guardai, lui aveva snudato i suoi dentoni, le
aveva abbassato un pochino il colletto, e le mordeva il collo
bianco. Avrei voluto irrompere e ucciderlo, ma dagli occhi capii
che a lei piaceva immensamente.


CAPITOLO 11.
DISPERATO.

Durante la malattia che mi costrinse a letto trascorse il
Giorno del Ringraziamento, e per questo motivo io lo persi.
Così Natale fu la prima festività bianca che celebrai. L'attendevo
sin dall'autunno, ma quando venne io avevo visto quell'episodio
dalla serranda e per me fu una festa guasta prima
ancora di cominciare, come tutto il resto.
Passai quell'inverno in una nebbia di dolore, ma a quanto
pare il crepacuore giovò, per così dire, a fertilizzarmi la mente
e con gli studi andai veramente bene. Quando mi fu passata la
polmonite, la signora Pendrake scordò la sua abitudine di starmi
dietro nel pomeriggio, e usciva sempre più spesso. Così io
presi a sostare più a lungo alla scuola, dove avevamo una
maestra giovane e carina, a sostituzione della vecchia zitella
che era andata in pensione, o forse era morta, non so. Non
voglio che tu creda che prendessi subito la cotta per questa
nuova donna. Certe cose per me erano morte e sepolte: non
intendo l'amore e neanche il desiderio, voglio dire quella certa
sudditanza che m'ero proposto nei riguardi della signora
Pendrake, provocata da mancanza di decisione. Non ero mai riuscito
a decidere se fosse mia madre oppure la mia ragazza, fino
a quando non guardai dalla fessura della serranda e vidi che
non era né l'una né l'altra.
Perciò io stavo a scuola anche dopo il finis, perché la casa
mi era diventata odiosa, e anche mi dava soddisfazione la compagnia
della nuova maestra, perché non mi interessava se non
per quello che poteva darmi di apprendimento, essendo molto
intelligente. Quindi immagino che fosse inevitabile: una volta
intesa la mia, per così dire, immunità, si attaccò a me. Si chiamava
Helen Berry, e aveva appena diciotto anni. Era veramente
carina, formosa, con il naso all'insù. In aula mi sorrideva,
ma quando eravamo soli, se la guardavo negli occhi si vergognava.
Avrei potuto baciarla a mio piacimento. Non lo feci perché
il reverendo mi aveva influenzato con tutti quei discorsi sul
peccato, in maniera sleale, anche se poi sua moglie si faceva
mordere il collo da quel mangiatorte. Basta con il solito discorso
degli aurei calici che possono trasformarsi in secchi
d'acqua sporca, e intanto avevo smesso di vedere quei capezzoli
color della susina. Tanto per cominciare, decisi di andarmene
dai secchi sporchi. Quando ebbi compiuto i sedici anni, ai
primi di febbraio, ero ormai cliente fisso della signora Lizzie.
Confessar che andavo a puttane mi è difficile quanto
un'altra ammissione che riguarda le mie attività di quell'inverno,
ma è un'ammissione che non posso evitare, se tu vuoi tutta
la verità. Diventai la copia ridotta di quel Kane che teneva
il locale della soda. Intanto, ero diventato un paino, e lo sapevo.
Prima, mi metteva a disagio indossare quei vestiti buffi che
mi aveva comprato la signora Pendrake, con tutti quei fronzoli,
ma adesso nulla amavo di più che l'abbigliamento ricercato.
A quei tempi i ragazzi si mettevano un paio di calzonacci e
andavano a scuola, ma al modo in cui mi conciavo tu avresti
pensato, a parte la statura, che io fossi il direttore della
scuola: calzoni color fulvo, giacca scura a sacco, panciotto di
raso, e scarpe di pelle al cromo. Per la signorina Berry andava
benissimo, perché come ti ho detto mi aveva preso in simpatia,
e se tu pensi che abbia avuto qualche fastidio con Luke
English e la sua banda, ti sbagli. Non appena ebbi cominciato
a vestirmi in quella maniera e a usare i modi superciliosi che a
essa si accompagnano, quella gente cominciò ad arruffianarsi
nella maniera più vergognosa, e fra tutti era il primo Luke.
Naturalmente nel novero erano comprese anche le ragazze
nostre coetanee, le quali cominciarono a invitarmi alle feste,
per i compleanni e simili, e io ci andavo con aria di sufficienza e
non risparmiavo battute sarcastiche neanche ai loro genitori, e
perdio se non sentivo un'osservazione di madre men che favorevole
a quel gentiluomo che ero, non ci mettevo niente a insultarla.
Così passò l'inverno e io immagino che la signora Pendrake
continuasse a visitare il retro di quel locale, anche se mai
più la seguii, perché il mio cuore non l'avrebbe sopportato.
Perché ti dico che l'amavo. Anzi, l'amavo più di prima, dopo
che ebbi guardato dalla fessura nella serranda. La odiavo, ma
anche l'amavo perché lei aveva fatto sì che la odiassi. Stavo
imitando Kane, perché lei lo amava. Correvo a puttane perché
amavo lei.
La amo ancora, perché se tu capisci qualcosa di tale sentimento,
tu sai quanto sia vicino alla disperazione e dunque è
forse la sola cosa, nella civiltà, che non degenera col tempo.
Venne la primavera. Poteva essere aprile, perché rammento
parecchia pioggia che cadde la sera prima, ma il giorno dopo
era chiaro e il magnolio nel giardino dei Pendrake aveva
aperto tutte le sue coppe rosee.
Verso le due del pomeriggio un tipo asciutto entrò nel locale
di Kane, lo trascinò fuori e lo picchiò a sangue con una
frusta da cavallo.
No, non ero io. L'uomo che fece questo si chiamava John
Weatherby, proprietario di una stalla. Era alto cinque braccia
o poco più, era calvo, quarantenne e aveva una figlia di sedici
anni che io conoscevo appena. Si venne a sapere che anche
Kane aveva conosciuto questa ragazza, ma in senso carnale, e
le aveva dato l'avvio di una prole tutta sua.
Kane neanche tentò di difendersi, solo si coprì il viso -
immagino perché non voleva farsi guastare il sorriso - e
fuggì a nascondersi. Seppi che quella sua giacca gli fu ridotta
a brandelli. Non vidi l'accaduto con i miei occhi, ma lo vide
Luke English e probabilmente mentì, in parte, nel raccontarlo
(può darsi che Kane fosse un fifone, ma è impossibile immaginarselo
nell'atto di inginocchiarsi e di singhiozzare come un
bambino). So per certo che poco dopo Kane sposò la ragazza
Weatherby, chiuse bottega e si trasferì a St. Louis. E poi, entro
un mese circa, all'epoca che cominciò a gonfiarsi, ritornò, perché
una volta in città lui le aveva dato la benservita.
«Io credo che Kane si sarebbe chiavato anche un serpente,
a patto di avere qualcuno che gli tenesse ferma la testa» osservò
Luke. «Ma non lo avevo capito, fin quando fu tra noi.
E tu? Chissà quante altre mogli, madri, sorelle e figlie quello
lì...»
«Che m'importa» dico io, e cambiai discorso. La madre e
le sorelle di Luke erano le donne più brutte della città.
Io ero ansioso di vedere quali effetti avrebbe avuto la nuova
situazione sulla signora Pendrake. Non furono visibili, solo
che adesso ricominciò a rimanere a casa nel pomeriggio. Era
come sempre dolcemente triste, non per questa particolare disillusione,
io credo, ma semmai verso la natura della vita, in
generale. Una natura, immagino, che non reggeva il confronto
con ciò che suo padre le aveva insegnato ad aspettarsi, lui
giudice, e del resto questa non sarebbe stata la prima delusione
inflitta da un uomo di legge. O forse leggeva troppo. Forse
sarebbe stata più contenta con gli occhi strabici e i denti storti.
Ma siccome ero uno sciocco, ripresi con lei il mio romanzo
immaginario, dimenticai e perdonai, rilessi il signor Pope, e
così via. Non andai più in visita dalla signora Lizzie. Quando
venne il caldo, a un tratto il reverendo s'accorse di me, come
se per tutto l'inverno fossi rimasto assente, e parlò di andare
ancora insieme a pesca. Ma siccome si espresse in modo vago,
e l'intenzione gli passò poi di mente, riuscii a scamparla. Dunque
le cose erano a posto, era maggio. Per tutta la mia vita, sinora,
maggio aveva avuto il significato che acquistava adesso,
anche se mai trascorsi un maggio in quella maniera.
Ma verso il primo di giugno, anziché leggere, nel pomeriggio,
ce ne andammo in centro, con la signora Pendrake che
mi teneva per braccio, tutti e due lietissimi. Avevamo deciso
di comprarci un paio di scarpe nuove. Già ne avevo quattro o
cinque paia, ma lei disse che il nuovo calzolaio era un artigiano
straordinario, in fatto di cuoio, piovuto qui da Firenze, Italia,
ed era quasi una vergogna non possedere un prodotto della
sua mano, adesso che era disponibile.
Così andammo alla bottega, di cui era proprietario un individuo
dalla faccia floscia chiamato Cushing, il quale irruppe
al nostro entrare e per poco non baciò il suolo dinanzi alla signora
Pendrake. Il calzolaio italiano era al suo deschetto, verso
il fondo, un tipo asciutto, scuro, sui venticinque. Portava un
grembiule di cuoio senza maniche e sulle braccia era peloso
come un animale, e anche mi pare sul petto, perché dove si
apriva il grembiule, alla base del collo, era tutto un nero ricciuto.
Cushing tira fuori un paio di pantofole di cuoio di Russia,
già ordinate dalla signora Pendrake, senza che io lo sapessi.
Erano rosse, graziose, piccoline, perché lei aveva i piedi minuti.
Per poco a Cushing non venne la bava alla bocca, giacché
a quei tempi un piede di donna pareva eccitante da morire.
«Ho seguito di persona questo bel lavoretto» dice.
«Non ci si può sempre fidare di questi italiani, quando si tratta
di un articolo per signora. Guardi questa impuntura.»
La signora Pendrake dice: «Vuole avere la cortesia di
mandarmele a casa, signor Cushing?».
«Sì» dice lui portandosi un dito al dente d'oro, di cui andava
veramente fiero. «Benissimo, signora, le mando subito
l'italiano.»
«Non ci pensi neanche, signor Cushing. Voglio chiedere
ad Angelo di prendere le misure di un paio di stivaletti per
questo giovane.»
Immaginai che Angelo se la sarebbe passata brutta al ritorno
di quel bastardo, e mi dispiacque, per un motivo solo,
che in questa città lui era anche più straniero di me.
Si alzò dal suo deschetto e mi prese la misura del piede.
Fu allora che, alzando gli occhi per sorridere alla signora
Pendrake vidi sul suo volto la stessa espressione che aveva avuta
per Kane.
La differenza era questa: Angelo quasi sempre teneva la
testa bassa, coperta da quei riccioli neri, e se alzava lo sguardo
sulla signora Pendrake, i suoi occhi erano puliti, innocenti e
ignoranti. È fama che gli italiani abbiano sangue caldo, ma lui
neanche sembrava tiepido. Pareva che sapesse due parole sole:
"signora” e "sì”, che pronunciava alla maniera sua.
Lei disse: «Angelo, sono molto contenta di queste pantofole.
Le hai fatte come se tu mi tenessi il piede lavorando.»
Lui rispose, col suo accento: «Sissignora».
«Ma...» disse lei.
La guardò da sotto le folte sopracciglia: «Signora?».
«Ma credo che forse avrei fatto meglio a chiederle azzurre.
Non credi che l'azzurro mi si addica di più?»
«Sì?» chiese lui, e intanto continuava a occuparsi della
forma del mio piede, e fece presto, perché era straordinariamente
abile con le mani.
Non credo che capisse una parola di quello che diceva lei,
ma la signora Pendrake continuò sullo stesso tono, e lui annuiva
e diceva le solite due parole e aveva un sorriso vuoto,
poi, facendo una specie di inchino, tornò al suo deschetto, dove
prese un pezzo di cuoio e a mano libera, in men che non si
dica, ritagliò una suola.
Contro Angelo non ho mai avuto malanimo. È difficile
odiare un uomo sulla base del breve tempo in cui lo vidi, durante
il quale parve interessarsi più di cuoio e pelle che della
signora Pendrake. La faccenda mi aveva soltanto stufato.
Così, verso le tre del mattino dopo, con la lampada bassa,
indossai i migliori panni che mi riuscì trovare, raccolsi i miei
quattrini - avevo ammucchiato tre dollari - mi misi alla
cintura il coltello da scalpo, filai giù per le scale e me ne andai
per sempre.
Ma prima di andarmene scrissi una letterina, perché a loro
modo erano stati tutti quanti buoni con me, e la misi in un
posto dove la trovassero.
«Caro Reverendo e Signora Pendrake,
«Ora me ne debbo andare, ma non è colpa vostra, perché
voi siete stati molto gentili. Il guaio è che non credo di potermi
civilizzare come voi due. Infatti non riesco a imparare le vostre
maniere, anche se so che sono le maniere giuste. Vi prego
di non farmi cercare. Prometto che non rivelerò mai i miei
rapporti con voi, in modo da non farvi fare una brutta figura.
Salutatemi Lucy e Lavender, ai quali sono grato per i molti
favori.
«Credetemi, sono il vostro amato "figlio” Jack.»
Ora tu capisci la ragione per cui non ti dirò il nome di
quella città, né la fede della chiesa del reverendo, e anzi aggiungerò,
per questo, che neanche si chiamavano "Pendrake”,
quei due.
È stato in parte per via della promessa che feci in quel biglietto,
ma soprattutto perché, nonostante tutte le cose che ho
fatto in vita mia, alcune delle quali sono senz'altro poco rispettabili,
io non sono mai sceso in basso da parlar male di
una signora in pubblico. O almeno, non in modo tale che
qualcuno possa riconoscerla. Un uomo che faccia cose simili,
bisognerebbe sparargli.


CAPITOLO 12.
IN CERCA DELL'ORO.

Naturalmente, lasciando i Pendrake, io avevo idea di ritornare
fra i Cheyenne. Dio soltanto sa quanto ci pensavo e se
non continuavo a dire a me stesso che in sostanza io ero un
indiano, allo stesso modo in cui fra gli indiani io vedevo di
continuo quanto, all'osso, io ero bianco.
Ma quando fui in riva al fiume, quel primo mattino della
mia partenza, dove pensavo di prendere una barca per raggiungere
la riva occidentale e seguire la pista degli emigranti,
d'improvviso mi venne meno il gusto di quell'avventura. Non
riuscivo a vedermi nell'atto di coricarmi sopra una pelle di bufalo
nel tepee di Pellevecchia. Non potevo però neanche sopportare
più di restarmene dai Pendrake, ma la risposta al mio
problema non sembrava questa di rifarmi selvaggio dopo nove
o dieci mesi fuor della vita selvatica. Chi se ne intende sa
benissimo che essere un primitivo è una delle cose a cui ci si
avvezza più difficilmente. Tu vedi una maniera più regolare di
procurarti il mangime, per esempio, ed è piuttosto duro ritornare
a un metodo per nulla garantito.
Credo che sia stata quella la sola considerazione che mi fece
cambiare idea. Ero troppo ignorante per riflettere che dai
Pendrake mangiavo in orario perché non dovevo pensare
io a provvedere il cibo. Poi un'altra cosa, nella nostra città si
sentiva parlare spesso di St. Louie, e io pensai che siccome ero
proprio in questo stato, avrei dovuto vedere quella grande
città. Potevo sempre continuare verso occidente e non dovevo
perdere l'occasione per vedere le cose belle del posto, già che
cero.
Così procedetti verso occidente fino a St. Louie, gran parte
della strada a piedi in modo da risparmiare quattrini, che però
si erano ridotti quando giunsi in città e il resto se ne andò per
il primo pasto, che mi portò via cinquanta centesimi, perché i
prezzi a St. Louie erano criminali.
Non voglio entrare nei particolari di come ci sopravvissi,
ma ce la feci appena. Vendetti i miei panni, feci pulizie fuor
delle case, chiesi l'elemosina, rubai. Un mese dopo che avevo
smesso d'essere il figlio adottivo della signora Pendrake, mero
ridotto un barbone sozzo che dormiva nelle stalle.
Non mi chiedere degli spettacoli teatrali che davano a St.
Louie, o dei bei negozi, o dei grandi posti dove la gente mangiava
sulle barche lussuose che solcavano il fiume Mississippi,
perché la mia conoscenza di queste cose non andava oltre l'esterno,
dove me ne stavo povero e straccione, intascando
molto poco, fino a che non mi portavano via le guardie.
Ma St. Louie era un gran centro per i traffici diretti a occidente,
e col tempo ebbi un poco di fortuna: mi feci assumere
come guida di una carovana di muli carica di merci varie, diretta
a Santa Fe nel Nuovo Messico. Mi toccò mentire un poco,
anche se riuscivo a coprire le bugie con il cheyenne, che
parlavo bene. Non ero mai stato a Santa Fe, ma scoprii che
dopo anni di viaggi la pista era tracciata chiaramente, quindi
stimai che non avrei avuto pasticci a guidare lungo quella
traccia. In ogni modo i proprietari della carovana erano dei
gran tonti e non duri da convincersi di qualsiasi cosa. Non
erano mai andati più in là di St. Joe, ma avevano trovato tutto
il danaro possibile per questa spedizione, e con quello credevano
di farne ancora un mucchio puntandolo su quello che secondo
loro era un branco di "morchiosi”, perché così chiamavano
i messicani. Si chiamavano, questi furbacchioni, i Fratelli
Wilkerson.
Ma ci fu un fatto che mutò i loro piani: i Comanche ci
piombarono addosso, ammazzaron tutti e due i Wilkerson insieme
a tutti i mulattieri, rubarono le merci e bruciarono i carri.
Questo massacro avvenne lungo il fiume Cimarron, dopo
che avemmo traversato le cinquanta miglia di pianura senz'acqua
venendo dall'Arkansas.
Noterai che in questa vicenda io non rimasi ucciso. Anzi,
non fui neanche ferito. Io sapevo il da farsi, e quando tutti gli
altri furono a terra, non vidi ulteriore motivo di restarmene in
piedi contro cinquanta selvaggi, non avendo in mano altro
che un vecchio schioppo ad avancarica.
Insomma, ero lì, dentro una barricata di casse delle nostre
merci, e il cerchio dei Comanche ululanti si faceva sempre più
vicino, e con lo schioppo ad avancarica si spara una volta e poi
ci vogliono quindici minuti per ricaricare: se hai di fronte più
di tre nemici, quelli son capaci di ammazzarti con le mani, prima
che tu abbia trovato la bacchetta. Per questo fui costretto
a usare l'arma che recavo in cima al collo. Rammentai ancora
una volta l'impagabile storia dell'Uomo Piccolo.
In fondo alla mia barricata, m'affrettai a togliermi la camicia,
ne feci una palla grande pressappoco come la mia testa,
ci ficcai sopra il mio cappello di feltro, con la tesa molto abbassata,
che è il modo in cui lo porterebbe un uomo sotto il
sole alto lungo il Cimarron. Avevo anche la giacca, e me la
rimisi, contraendo il collo come una tartaruga e abbottonandola
sopra la testa. Le braccia le tenevo una dentro e una levata,
a sostenere la testa finta, con il cappello, sul bavero della
giacca.
Mi alzai, alto sei braccia e mezzo fino alla punta del cappello,
e come da una feritoia guardavo attraverso i bottoni alti
della giacca e mi avviai incontro all'anello scatenato al
galoppo del Popolo del Serpente. Dovevo fidarmi sulla loro conoscenza
della leggenda dell'Uomo Piccolo Grande Cheyenne. E
stai pur certo che prima di decidersi, continuarono per un pezzo
a scagliarmi frecce e una mi colse alla manica sinistra della
giacca, vuota.
Ma subito cominciarono a mettersi al trotto, poi al passo,
ancora in cerchio ma incantati. Sissignore, ecco fatto, pensai;
ora buttiamo il carico. A quel punto avevo superato il corpo
di uno dei Wilkerson, che con occhi vuoti guardava verso il
cielo e aveva due frecce in petto. Lasciai cadere la testa falsa
dalle spalle false. Colpì il terreno e rotolò, ma avevo ficcato
bene il cappello che non cadde.
Di botto i Comanche si fermarono. Ricordo di aver pensato: ci
siete cascati, figli d'un cane, no? Ah, no, avevo dimenticato
il canto di guerra dell'Uomo Piccolo, altrimenti lo avrei
cantato.
Non mi era riuscita affatto. Subito un guerriero si fece
avanti, con la punta della lancia raccolse la testa fatta di camicia,
la buttò via e poi mi presero prigioniero.
Ma non si può dire che fosse un fallimento. Non avessi
fatto questo, mi avrebbero ucciso. E imparai una lezione preziosa:
Non cercar d'ingannare un indiano che ha visto parecchi
uomini bianchi. Erano quarant'anni che i Comanche battevano
la pista di Santa Fe.
Non mi trattarono male, e io credo che mi volessero barattare
in cambio di fucili o roba del genere, ma siccome avevano
raccolto la mandria dei cavalli, una notte ne rubai uno e
scappai. Fu un viaggio veloce e duro, e di lì a poco il cavallo
mi era morto sotto e continuai verso il Nuovo Messico a piedi.
Era la fine dell'estate prima che arrivassi a Taos, sulle montagne
a nord di Santa Fe. Da tempo non vedevo città, di nessun
genere, perciò fui abbastanza contento a vederci le abitazioni
degli indiani Pueblo, anche se non riuscii mai a provare molta
simpatia per questo tipo di pellerossa, sempre stato contadino
e abituato a vivere stretto accanto ai suoi, come pipistrelli, da
tempo immemorabile. Avendo un mondo intero aperto dinanzi
a sé, questi si fissavano in un posto e coltivavano qualche
campicello di fave. I Comanche solevano attaccarlo di tanto in
tanto, e anche i Navaho e gli Apache. Un indiano selvaggio
non ama un indiano addomesticato.
C'era una città bianca lungo la pista, poco distante da
quella indiana, così ci andai. Di certo ero uno spettacolo dopo
quelle settimane di deserto e di montagna. Mi inginocchiavo a
bere alle pozze tenendo gli occhi chiusi, per non vedere quanto
era brutta la mia immagine riflessa.
Per questo non posso farne colpa a un famoso eroe, quando
mi presentai alla sua porta. Vidi la sua casa di adobe, capisci,
costruita attorno a uno di quei cortili, e immaginai di poter
trovare qui chi mi desse da cambiarmi. Per questo salgo
sulla veranda, e la porta era aperta perché faceva caldo, e io
grido verso l'interno buio e fresco: «C'è nessuno?».
Dall'ombra compare un tipo della mia taglia, cioè piccolo,
coi baffi color della sabbia e le gambe veramente storte e dice:
«Vattene, figlio d'una puttana pelosa».
Io me ne andai, perché era davvero disposto male. Poi certi
messicani da cui mendicai un paio di tortillas mi dissero che
quello era il senor Kit Karson.
In poco più di un giorno arrivai a Santa Fe, giù nella vallata
fra le sue montagne, con le sue donne messicane dai colori
vivaci e le spalle nude, e gli indiani Pueblo seduti a vendere
le loro robe e un paio di Ute con la coperta rossa che se ne
andavano in giro arroganti, e cowboys spagnoli coi calzoni attillati
aperti alla caviglia, insieme ad altri tipi più soliti che
puoi vedere dappertutto. Era una gran città, per quel tempo e
per quei posti, ma a prima vista non lo avresti detto. Quasi
tutti vivevano in quelle case di adobe, che è puro e semplice
fango seccato; di conseguenza paiono, a prima vista, un poco
puerili, voglio dire, come se le avesse fatte un bambino. Persino
il Palazzo del Governo, nella piazza principale, era fatto
così. Uno che avesse in mente, come modello di città, St.
Louie, non si sarebbe fatta una grande idea di Santa Fe. Una
bella pioggia l'avrebbe trasformata in un pantano di maiali.
Per me andava benissimo, e me la passai molto meglio
che a St. Louie. Non dico che diventai ricco, e neanche mi ci
provai. Mi misi con una messicana grassa che vendeva chili
con carne, tamales e roba simile proprio in strada, e anche li
cucinava, a fuoco aperto. Ebbe pietà di me quando mi vide
così magro, e la storia cominciò così. Di lì a poco mi ero trasferito
nella sua casa di adobe, abitata anche da cinque o sei
suoi figli, ma il marito era scomparso, forse lo avevano ucciso,
lei non lo sapeva di sicuro. A volte credeva la prima cosa, nel
qual caso mi minacciava il suo ritorno, pronto a uccidermi; a
volte l'altra e allora voleva che si andasse dal prete a farci aggiogare.
Estrellita urlava e brontolava di continuo e a volte s'arrabbiava
il necessario da minacciarmi anche lei una coltellata,
ma io scoprii che aveva temperamento messicano, ed era facile
farla ritornare di buon umore con un gesto romantico, come
per esempio chiamarla «peperoncino mio» o roba del genere.
A proposito di peperoncino, ebbi lo stomaco guasto per
anni da questa roba spagnola, e in quei mesi ebbi più calli sulla
lingua che sulle mani. Infatti non feci lavoro alcuno. Me
ne stavo fermo tutto il giorno all'ombra, e poi a sera, quando
l'aria s'era abbastanza rinfrescata da non farmi sentire la fatica
di muovermi, io trovavo l'energia di trascinarmi fino a una
cantina e mandavo giù un bicchiere dopo l'altro di pulque. I
soldi per comprarmeli me li aveva dati Estrellita.
Moralmente, a quell'epoca ero molto in basso, e avevo appena
sedici anni. Capisco che era un fatto di famiglia, avendo
visto mio fratello Bill, e non me ne preoccupavo. Se ogni tanto
ti vuoi riposare, lasciati andare fino in fondo, e sarai un uomo
felice. La maggior parte dei guai derivano dalle mete che
ci poniamo.
Avrei potuto morire di mal di fegato, con quella dieta, ma
mi salvò un vecchio che incontrai alla cantina. Era un uomo
sulla settantina, il viso coperto di capelli bianchi, un difetto di
pronuncia che - diceva lui - dipendeva da una tortura fattagli
dagli Apache quando era bambino, e affermava d'essere
esperto nel rintracciare l'oro. Tutti quanti lo chiamavano Crazy
Charley, oppure Loco Carlos, a seconda della lingua, e da questo,
siccome crazy e loco vogliono dire ”matto”, capirete che
opinione avessero di lui come cercatore d'oro.
Il motivo per cui feci amicizia con Charley, al punto di
pagargli da bere coi soldi che guadagnava - faticosamente
- Estrellita, fu la mia naturale debolezza verso le persone
che hanno un modo di vedere positivo. Era un vecchio ubriacone
e squattrinato, ma a tratti sapeva tirar fuori un'idea eccellente.
Dopo cinquant'anni di ricerche, sosteneva di aver localizzato
il più grande ammasso d'oro del «mondo organizzato»
(così lo chiamava, perché a Charley piaceva sempre parlare
grandioso), e proprio in quel momento gli Ute gli rubarono
gli animali da soma, che avevano in groppa tutti i suoi arnesi,
e nel ricercarli lui si sperse nel deserto, senz'acqua, per un poco
uscì di senno, si consumò le scarpe e rifece il viaggio fino a
Taos a piedi nudi. Nonostante tali «orrende disavventure»,
rammentava con precisione dov'era l'oro: in una regione del
Colorado fra il Fiume Arkansas e il Platte Meridionale.
Charley prendeva un sorso di liquore, se lo faceva ruotare
dentro la bocca sdentata, lo mandava giù impennando i basettoni
e diceva: «Se avessi le tue possibilità pecuniarie, figliolo,
mi comprerei un'attrezzatura e su verso il nord, per tornare
entro sei mesi quale uomo fornito di mezzi oltre ogni sogno
dell'algebra». Sto cercando di imitare il suo stile, e tu però
devi capire che tutte le "S" erano ottuse per via della cicatrice
sulla lingua. Quando finiva il bicchierino, e se io non gliene
pagavo un altro, cominciava a fare il giro della stanza e si
rendeva fastidioso a tal punto che prima o poi il grosso messicano
proprietario del locale lo buttava fuor della porta, e poi
quando uscivi lui era lì, addormentato sul ciglio della strada
coi porci che gli grufolavano attorno.
Poi un giorno venne notizia a Santa Fe che s'era trovato
l'oro a Cherry Creek nel Colorado, proprio nella zona di cui
aveva sempre parlato Charley. Da barbone che era tornò ad
essere eroe, o quasi. Avrebbe potuto berci sopra gratis per
parecchio tempo, e immediatamente ebbe offerte di ogni genere
per guidare la spedizione che subito cominciò a prepararsi. Ma
non appena gli fu resa giustizia, Charley si fece difficile:
«Vai a metterti la sabbia nel buco che hai sul didietro» diceva
agli altri. «È sempre stato questo figliolo a offrirmi da bere,
e sarà lui a diventare ricco.»
Solo nell'autunno avanzato del '58 raggiungemmo il Colorado,
dopo un viaggio logorante, perché durante il cammino
fummo assaliti dagli Apache e io mi presi una freccia in una
gamba, e persi i sensi. Quando rinvenni, cavalli e muli erano
scomparsi, ed erano scomparsi anche i cugini del proprietario
della cantina. «Fatti fuori?» chiesi al vecchio Charley, il quale
pareva stare benissimo, lì seduto a strofinarsi le gengive
sdentate con un dito, e gli occhi catarrosi, fissi all'orizzonte.
«Ah» dice. «Ho dovuto consegnarli agli Apache. Non è
stato un gran piacere far questo, ma altrimenti non avremmo
raggiunto l'oro, tu e io.»
Come molti indiani del confine, gli Apache avevano singolare
rancore contro i messicani. Così, per poter uccidere in una
maniera particolarmente tormentosa i tre cugini, avevano lasciato
liberi me e Charley. Era un vecchio caprone proditore,
credo che tu lo ammetta. E mentre avrei dovuto ringraziarlo,
il risultato fu che dopo riuscii a dormire molto poco, perché
adesso non avevamo nessuno da dar via, al bisogno. Tranne
me. E io ero ferito, non gravemente, ma per qualche tempo
non riuscii più a correre.
Non incontrammo più indiani, ma i nostri attrezzi erano
spariti, e anche le nostre armi, sicché tutto quello che riuscimmo
a prendere, come selvaggina, furono serpenti a sonagli,
con un bastone, che del resto non era il peggior alimento del
mondo, a patto che tu riuscissi a sbatterlo morto senza tuo
pregiudizio.
Charley avrebbe dovuto conoscere il territorio, ma se n'era
dimenticato per via degli anni trascorsi a bere. Forse la memoria
gli sarebbe tornata, disse, dopo una bevuta di liquido alcolico,
ma naturalmente noi non ne avevamo. In quanto a me,
mi sarei contentato di un sorso d'acqua fangosa, ora che vagavamo
disperati nella zona della Grande Duna di Sabbia, nel
Colorado meridionale. Di certo ci saremmo morti se non fosse
venuta al soccorso la carovana che ci stava rintracciando.
Ora tu devi capire il punto: Charley non era il peggior
cercatore del mondo. Semplicemente, non conosceva la professione.
Per me fu una rivelazione. Io avevo sempre pensato che
se un uomo fa un mestiere, deve pur conoscerlo. Invece questo
non è vero. Può succedere che resti incapace, nel suo mestiere,
per tutta la vita.
Nelle condizioni in cui eravamo quando ci trovarono, fu
difficile per noi rifiutar loro di unirsi a noi, e finalmente arrivammo
a Cherry Creek proprio mentre cominciava l'inverno.
Prima di noi ci era già arrivato il resto del mondo, per via di
quello che ne avevano scritto i giornali di tutto il paese. Cerano
già un'ottantina di baracche, e se tu non lo sai, furono questi
i princìpi di Denver, Colorado, anche se per i primi due
anni la chiamarono Auraria.
Non voglio entrare nei particolari sulla fortuna che avemmo
come cercatori d'oro. Per quanto ne so io, la febbre dell'oro
va sempre allo stesso modo: qualcuno setaccia un po' di
polvere, ci si gioca le budella dalla fatica, perché poi migliaia
d'altri accorrano in quel posto, nessuno guadagna molto a
causa dell'affollamento, e poi una qualche grossa ditta compera
la parte maggiore delle concessioni e si fa gli affari suoi
adoperando le macchine giuste. Chi se la passa meglio è proprio
colui che si mette al servizio del cercatore d'oro: quelli
che mettono su botteghe e cantine, ecc., perché al principio
del gioco ottengono tutto quello che vogliono e hanno il gruzzolo
fatto al momento in cui si dirada il fumo.
La primavera e l'estate seguenti pare che ne venissero centocinquantamila,
in Colorado, lungo il Platte, l'Arkansas, lo
Smoky Hill. Era il tempo in cui si vedeva scritto sulle fiancate
dei carri pike's peak or bust, che vuol dire pressappoco ”o
si becca o si scoppia”, e infatti a molti pareva indispensabile
esprimersi in questa maniera idiota, poi verso la fine dell'anno
i due terzi se n'erano tornati a casa, e a questo punto, sotto le
altre parole, scrivevano busted, by god, che pressappoco significa
"scoppiato, perdio".
Io con il mio branco per un poco cercammo l'oro, ottenemmo
una concessione, addirittura costruimmo una laveria
veramente scientifica, perché eravamo in sette od otto, ma tutto
questo non rese molto. Ah, l'oro c'era, in tre mesi tirammo
fuori polvere per un valore di settantotto dollari, usando appena
cento dollari di manichi di pala e piccone, e non avemmo
tempo per cacciare, sì che ci toccò comprarci da mangiare,
roba che sarebbe stata meno cara nel più bell'albergo di St.
Louie, e poi la maggior parte dell'oro guadagnata con tanta
fatica se la spese Charley per il whiskey, e uno dei messicani
per le puttane, perché queste ultime compaiono dopo ogni
febbre dell'oro, poco dopo che s'è scoperta la prima pepita.
Ma qualcuno di noi fu troppo accorto per continuare a
lungo questa roba: io no, perché non ho mai avuto esperienza
negli affari, ma due tali, John Bolt e Pedro Ramirez, organizzarono
un bottegone e stabilirono una carovana fissa da e per
Santa Fe, che portasse le merci. Io diventai conduttore di carro.
Andò benissimo e facemmo un bel po' di soldi che furono
divisi fra noi tre, ultimi rimasti del branco originario, perché
altri due o tre erano rimasti ammazzati durante certe discussioni
alla cantina, e Charley era sparito. Si seppe poi che era
ritornato a Santa Fe, dove girava sempre dalle parti della cantina,
a parlare dei vecchi tempi nel Colorado, a scroccare un
bicchiere e a dormire coi maiali.
Anche se i miei ormai consueti viaggi mi potevano mettere
sulla via di Estrellita, tutto andò bene perché intanto lei si
era fatto un altro uomo la prima volta che arrivai dopo aver
percorso la pista. Aveva anche un bambino nuovo - che per
quanto ne so poteva anche essere mio, ma a quei tempi ero
proprio irresponsabile, perché avevo neanche diciassette anni
Se era mio, e se lui vive ancora, quel ragazzo dovrebbe avere
novantaquattro anni.
Fu in questo periodo che mi comprai un cavallo, un cavallo
indiano, pezzato, ma lo avevo preso da certi bianchi che
erano venuti a Denver con un branco di cavalli. Mi procurai
anche la mia prima pistola, una Colt a fulminante, e ci facevo
pratica lungo il tragitto per Santa Fe. Era bello non dover
mangiare lo sporco di nessuno e restare in vita, cosa non facile
quando si è della mia taglia. Mi pare che fu in quegli anni che
arrivai alla statura di cinque palmi e poco più, e lì mi fermai
per sempre. Mi feci un paio di stivaletti truccati, su misura, a
Santa Fe, che mi facevano sembrare qualche dito più alto, e
anche portavo un sombrero messicano dalla cupola alta: era
nero, guarnito d'argento. Tutto sommato, ero alto sei palmi,
ma buona parte di questi sei palmi erano aria.
Non lontano dai primi insediamenti bianchi a Denver, c'era
un grosso campo di Arapaho, che come tu sai sono amicissimi
dei Cheyenne, e qualche volta piccoli gruppi di Esseri
Umani si accampavano anche loro nei paraggi. Non vidi nessuno
che conoscessi, ma è anche vero che non feci mai molta
attenzione. Non conosco le ragioni di questo mio sentimento,
perché ero bianco e stavo facendo quello che debbono fare i
bianchi, ma il fatto è che provavo vergogna nei riguardi degli
indiani.
Un momento stavo bene, il momento dopo vedevo un
drappello di pellerossa passare a cavallo, e mi veniva la malinconia.
Fino a che non li rividi, io non ricordavo quanto siano
malmessi gli indiani. Non perché fossero sempre poveri;
c'era qualcosa di tremendamente frusto in un indiano, quando
se ne stava davanti al suo fuoco vestito per le feste.
Pellevecchia, nel migliore dei casi, sembrava, sul metro dei bianchi,
spazzatura di gatto. Ma di questo non mi ero mai accorto, prima
di aver visto gli insediamenti del Missouri.
La nostra bottega fu agli inizi una tenda, ma poi quando
gli affari cominciarono a rendere, ci costruimmo una baracca di
legno e fra un viaggio e l'altro da Santa Fe ci capitavo a passare
il tempo. Cominciarono a farsi vivi certi Arapaho che
commerciavano in pelli, e in selvaggina, se gliene avanzava. E
soltanto allora mi accorsi di quanto puzzano gli indiani.
Fanne entrare soltanto tre e poi respiri a fatica per via del tanfo.
Non potevamo sopportare la loro presenza dentro la baracca,
perciò i commerci con loro avvenivano fuori, sotto una tettoia.
In ogni modo la loro merce valeva poco; quando comparivano
a portarci un coscio di daino, era già mezzo guasto e brulicante
di vermi, e le pelli erano conciate male, dure come il
legno.
Dopo aver visto quel locale della soda nel Missouri, e
quelle belle scarpe che riusciva a fare Angelo, e la signora
Pendrake in gonna grande sorretta dalle stecche di balena,
non potevi fare a meno di notare che gli indiani sono rozzi,
cattivi, fetenti, pidocchiosi e ignoranti. Sai, nei loro riguardi io
avevo la miglior disposizione, e mi era difficile ammettere la
verità. Ma ora cominciavo a odiarli, e proprio di questo mi
vergognavo, perciò non ammisi mai con i miei soci di avere
coi pellerossa rapporti maggiori di un bianco qualsiasi. E poi
avevo poco a che fare con le vendite al minuto, in bottega, sì
che mi era facile farmi da parte quando compariva un Arapaho a trafficare.
Il sito di Denver era su un vecchio loro terreno di caccia,
ma non per questo dettero guai. Rammento che una volta, nei
primi tempi, venne a cavallo un capo di nome Piccolo Corvo,
e fece un discorso a un'adunanza di cittadini bianchi. Anzi, ci
venne due volte: il primo giorno il suo interprete si ubriacò,
così dovettero rinviare tutto alla mattina dopo, quando appunto
il capo ritornò e fece un discorso alla maniera di
Pellevecchia, discorso che divertì alcuni ma fece arrabbiare altri, perché
non vedevano l'ora di tornarsene a cercare l'oro anziché
ascoltare il vento di un indiano sporco e vecchio. Piccolo Corvo
aveva la faccia larga, ed era grosso, con grandi orecchini di
ottone e i capelli sciolti. Il succo del suo discorso, una volta
eliminato il contorno, fu quel che segue:
«Gli Arapaho danno il benvenuto agli uomini bianchi come
a fratelli (lo diceva soprattutto per farsi dare gratis il caffè,
con parecchio zucchero dentro).
«Gli Arapaho sono felici di vedere gli uomini bianchi
prendere il metallo giallo, se è il metallo giallo quel che
tanto piace a loro. Nostra madre la terra provvede tutte le cose
per tutti gli uomini, e ciascun popolo ha la parte della terra
che egli chiama la sua patria, parte che ha bagnato con il suo
stesso sangue. Voi uomini bianchi adesso siete accampati in
questo posto, e gli Arapaho a cui tale posto appartiene vi danno
il benvenuto in pace e in amicizia. Essi sperano che non
facciate nulla di male. Essi anche sperano che non resterete a
lungo».
Diedero a Piccolo Corvo un sigaro, e un pasto che egli
mangiò con il coltello e la forchetta, poi se ne tornò al suo
campo. Non molto tempo dopo i guerrieri Arapaho a cavallo
presero verso occidente per combattere gli Ute, e in loro assenza
un branco di minatori ubriachi andarono al villaggio indiano
e violentarono diverse donne. Al ritorno gli Arapaho
fecero qualche discorso iroso, ma in concreto non combinarono
niente.
Ora, sino a questo momento io non ero stato un grande
ammiratore della civiltà, ma credevo che dipendesse dal fatto
che non avevo contribuito a creare quella parte di civiltà in
cui potevo imbattermi. Non m'importava molto del Missouri,
lo rammenti, per me non aveva senso. A Denver era diverso,
perché mi era cresciuta davanti agli occhi. L'estate seguente
c'era ormai una città vera e propria, perché continuava ad arrivare
gente da oltre le pianure, e mentre non molti di loro
trovavano oro in quantità decente e gli altri scoppiavano,
perdio, e se ne tornavano a casa, ce n'erano anche parecchi
che restavano e al posto delle tende sorsero case permanenti e
si cominciò a pubblicare un giornale e di lì a poco tirarono su
una chiesa, il cui pastore, vorrei rammentarlo, feci del mio
meglio per evitarlo (oltre che gli indiani) ma a quei tempi ci
voleva una chiesa perché la città fosse vera.
Dunque era segno che non ce ne saremmo andati così presto
come sperava Piccolo Corvo. Parlando a nome della persona
che ero diventato, cioè un socio in affari che faceva i quattrini
bastanti per comprarsi bei vestiti e andare in giro con le
ragazze spagnole di Santa Fe, mi sembrava giusto che l'intrapresa
bianca reclamasse per sé i deserti indiani. Anche la più
misera baracca era un trionfo, in confronto a quelle lande
vuote.
In ogni modo a quel tempo la pensavo così.
Per tutto l'anno dopo ebbi notizie, di tanto in tanto, dei
Cheyenne, anche se mai li andai a cercare, perché proprio nelle
terre della parte meridionale della tribù dovevano passare
quei cercatori d'oro, e poi quelli che erano "scoppiati” se ne
tornavano a casa pestando quella medesima zona. Ti puoi immaginare
gli effetti di questo movimento su un branco di bufali,
dai quali, per le necessità della vita, dipendevano gli indiani.
Adesso c'era anche una linea regolare di diligenze, che
seguiva il fiume Republican attraverso questo stesso paese, e
mi pare di aver già detto che una cosa regolare, con orari,
sconvolge gli indiani.
Nonostante tutta questa provocazione ci furono meno incidenti
di quel che tu possa credere: per quanto selvatico, anzi
forse proprio per questo, un pellerossa è paziente e sempre
tollerante, al principio, per ogni cosa insolita. I Cheyenne consideravano
folli questi che correvano a occidente in cerca dell'oro,
e per questo non davan loro molto fastidio. Di tanto in
tanto succedeva che un giovane rubasse i cavalli di un bianco,
ed era pratica normale che, avvistando un carro guidato da civili,
gli indiani venissero a chiedere caffè o tabacco, e non lo
chiedevano più come in passato in elemosina, ma in qualche
misura minacciando. Ricorrevano a questo perché sembrava
che coi bianchi funzionasse meglio d'una semplice richiesta
d'ospitalità. Ma se gli emigranti poi si ribellavano, di solito gli
indiani non facevan loro del male. E una delle ragioni era che
i Cheyenne non furono mai bene armati. Se si impadronivano
di qualche fucile moderno, non avevano la polvere o il piombo.
Gli era persino difficile procurarsi le punte di freccia in
ferro: il materiale di cui farsele, per esempio una doga di botte,
la dovevano chiedere al bianco.
Rammento questi fatti per via delle brutte cose che tu hai
sentito a Denver. In quella città gli indiani non sarebbero mai
diventati popolari, a meno che non si uccidessero in massa, direi.
Ti ho già detto che io avevo il gusto, tutto bianco, di costruire
una comunità dove prima «vagavano solamente, senza
meta, selvaggi e bestie», e così si esprimevano i vecchi giornalisti,
e di conseguenza gli Arapaho del posto non mi destavano
simpatia. Ma non facevano nessun male, a parte il fatto
che puzzavano ed erano carichi di pidocchi - ciò che era vero,
aggiungiamolo, di molti cittadini bianchi del Colorado, a
quei tempi. Eppure si parlava sempre di farli fuori, e se non
ricordo male questo lo dicevano meno i ricchi che quelli sfortunati
nella cerca dell'oro. A chi spendeva i suoi beni per andare
a occidente in cerca di fortuna e finiva "scoppiato”, la
colpa pareva essere degli indiani.
Ma torniamo agli affari miei: per via delle operazioni
commerciali che venivan su dal Missouri, Bolt, Ramirez e io
ci trovammo messi sotto con i prezzi, perché le merci costavano
più a Santa Fe che negli stabilimenti orientali. Infatti in
larga misura le merci dovevano venire lungo il Missouri, per
via d'acqua, e poi, per via di terra, al Nuovo Messico, mentre
la via più breve era anche più ardua a causa di montagne, deserti,
siccità. Fu a questo punto che Bolt e Ramirez ebbero l'idea
che io andassi a Westport, Missouri, che oggi si chiama
Kansas City, e tornassi con una carovana di provviste che si
potesse vendere «a condizioni migliori di concorrenza», per
dirla con le parole loro, essendo tutti e due davvero bravissimi
negli affari.
Andai al Missouri da solo, con un cavallo da soma, senza
incidenti, portandomi un rotolo di quattrini con cui comprare
merci. Pensavo di arruolare mulattieri a Westport per il ritorno,
e così feci, e portai provviste, animali e carri e di lì a due
settimane partimmo per il Colorado.
Un giorno, verso la fine di agosto, facevamo il riposo
pomeridiano lungo il fiume Arkansas, in un tratto che per miglia
è senza alberi, e io mi ero ficcato sotto un carro per trovarvi
un poco d'ombra, disteso su una coperta da sella arrotolata
e succhiando una pipetta, perché da un po' di tempo mi
ero fatto questo vizio. Forse mi ero anche addormentato, cosa
che sarebbe stata logica, quando avvertii un senso improvviso
di calma. Non ero in rapporti molto buoni con quei pellai, ai
quali non piaceva essere arruolati da un ragazzo, e avevo dovuto
chiarire il mio possesso della Colt.
Be', ora ebbi l'impressione che mi volessero saltare addosso
lo stesso, armati.
Ma vidi da sotto il carro gambali orlati e un paio di mocassini
con una striscia di perline rosse e blu nell'interno e
una fascia bianca continua che andava dalla caviglia al dito
grosso. Una volta avevo visto Stella Filante disporre quelle
perline, infilzate con un ago d'osso.
Appartenevano a Brucia Rosso nel Sole, il quale doveva
indossarle in questo momento, anche se riuscivo a vederlo fino
alla vita, da dov'ero. Non era solo, ma accompagnato da
un'altra quindicina, forse ventina di paia di mocassini. E in
quei piedi e in quelle gambe c'era qualcosa che non mi parve
amichevole.
Forse ti interessa sapere cos'era. Ecco, da lì sotto non riuscivo
a vedere la parte bassa di alcuna arma. Segno questo che le
tenevano pronte a usarle.


CAPITOLO 13.
RITORNO ALLA CASA CHEYENNE.

Non avevo alcuna fretta particolare di uscire di là sotto; e
quando uscii, non ebbi scrupolo di farlo a livello dei piedi di
quegli indiani. E non avevo scelta, perché gli indiani erano
anche dall'altro lato del carro, e davanti e didietro.
Dunque strisciai fuori e mi tirai su non appena superato il
bordo del carro, ed era proprio la faccia di Brucia Rosso nel
Sole che stavo guardando. Era carico di colori, inutile dirlo, altrimenti
non lo avrei riconosciuto.
Non dovrei tacere che mentre mi alzavo due altri indiani
mi presero per le braccia e mi levarono pistola e coltello. Non
era gente in missione amichevole. Continuavano a tenermi
fermo, e senza farmene accorgere potei osservare che la mia
compagnia di mulattieri se ne stava all'intorno, alcuni in piedi
altri per terra, in varie condizioni di prigionia, anche se non
pareva che ci fosse stata battaglia.
Anche tenendo conto delle mie credenziali, il momento
mi parve molto delicato. Brucia Rosso nel Sole non era tanto
lesto a riconoscermi. Avevo anche scordato che, se lo incontri
all'improvviso un viso indiano dipinto ti fa una paura da morire.
Mi era caduto il sombrero, sì che Brucia poteva guardarmi
bene in faccia. Ero cresciuto di un anno circa dall'ultima volta
che eravamo stati insieme, e avevo un accenno di baffi, anche
se non bastavano a commuovere nessuno.
Eppure fu freddo quando parlò. Nei suoi occhi non si leggeva
simpatia verso di me. Le sue guance erano vermiglie, c'erano
due righe bianche ai lati del suo naso, e aveva il copricapo
pieno di penne d'aquila.
Mi chiese, naturalmente in cheyenne: «Perché hai rubato
il cavallo di mio padre?».
Soltanto allora notai che lì accanto un altro indiano teneva
la briglia del pezzato che avevo comprato a Denver. Quest'uomo
era una vecchia conoscenza. Ombra che Appare alla
Vista, quello che aveva guidato la mia prima incursione contro
i Crow, forse te lo rammenti, quando mi ero fatto un nome.
Però adesso aveva un'aria piuttosto cupa.
Con una certa ansia dico a Brucia: «Fratello, non mi conosci?».
Magari tu pensi che restasse sorpreso a sentirmi parlare
così bene il cheyenne. Invece no.
«Voi uomini bianchi...» disse con grande schifo. «Vi abbiamo
accolti e nutriti quando avevate fame ed eravate persi
perché i sogni della polvere gialla vi avevano resi pazzi. Allora
voi ci rubate i cavalli. Siete tutti uomini molto cattivi e non
vogliamo fare trattati con voi.»
Gli altri intorno brontolarono qualcosa come a confermare
quei sentimenti. Io non riuscivo a capire un corno di
queste sue lagnanze, dunque mi limitai a spiegargli dove e come
mi ero procurato il cavallo e aggiunsi che, a parte questo,
se lo poteva riprendere, per principio, essendo egli mio fratello.
Ormai avevo usato un paio di volte la parola "fratello”,
parola che cominciava a entrare sotto le penne di aquila, fin
dentro il cranio spesso. Così, dopo aver insultato ancora un
poco gli uomini bianchi, gesticolando spiacevolmente con il
fucile - e ogni volta che lo faceva i due che mi tenevano le
braccia mi davano un buono scrollone e gli altri indiani brontolavano
chissà cosa contro i miei mulattieri, i quali, pur appartenendo
al tipico esemplare che sceglie quella professione,
cioè rozzi, sboccati, spacconi, erano adesso paralizzati dalla
paura - dopo parecchio tempo (e io intanto avevo quasi rinunciato
a sperare, perché se anche tu hai vissuto cinque anni
con gli indiani, quelli possono sempre turbare la pace dell'anima
tua) finalmente, in tono personalmente irritato, e in contrasto
con le accuse razziali che aveva fatto, disse:
«Perché continui a chiamarmi "fratello”? Voglio che tu
la smetta. Io non sono tuo fratello. Io sono un Essere Umano».
Allora quel tipo fosco che mi teneva per il braccio destro,
e aveva alla cintura una filza di scalpi, di cui uno biondo come
il granturco, dunque sicuramente non di un Pawnee, disse:
«Secondo me bisogna prima ammazzarlo e poi parlare».
Non conoscevo quest'uomo, ma fra gli altri avevo riconosciuto
Orso Uccello e Uomo Magro e Toro Rotolante, e quest'ultimo
mi teneva il braccio sinistro.
Senza peli sulla lingua dissi: «Allora sembra che non ci
si possa fidare degli Esseri Umani, come non ci si può fidare
dei bianchi che vi hanno fatto torto. Appena due nevi or sono
ero vostro fratello, vivevo nel tepee di Pellevecchia, cacciavo e
combattevo con gli Esseri Umani e una volta almeno rischiai
la pelle per loro. Immagino ora che voi direte con la vostra
lingua biforcuta che non avete mai sentito parlare di Piccolo
Grande Uomo, di Little Big Man».
Brucia Rosso nel Sole disse: «Cavalcò accanto a me alla
Battaglia dei Lunghi Coltelli, dove gli uomini bianchi non sapevano
come combattere. Vi fu ucciso, dopo aver spazzato via
parecchie giubbe turchine. Ma gli uomini bianchi non ebbero
il suo corpo. Si trasformò in una rondine e volò via al di là,
dei monti».
«Ti dico che sono io Little Big Man. Altrimenti, come saprei
di lui?»
«Tutta la gente sa di lui» disse Brucia Rosso alla sua
maniera testarda di pellerossa. «Egli è un grande eroe degli
Esseri Umani. Tutti conoscono gli Esseri Umani, dunque tutti
debbono conoscerlo. Non voglio parlare oltre.» Passò il fucile
nella mano sinistra e mise la destra sul manico del coltello
da scalpo. «Oltre a essere un ladro di cavalli sei anche il più
grande mentitore che ho mai incontrato. E anche uno sciocco.
Ti dico io di aver visto little Big Man cadere e trasformarsi in
un uccello. Dunque tu non puoi essere lui. E poi tu sei un uomo
bianco. Little Big Man era un Essere Umano.»
«Guardami» dissi.
«Ah» disse Brucia Rosso. «Little Big Man aveva la pelle
chiara, ma questo non vuol dire che fosse bianco. E poi quello
che mi stai mostrando sei tu, e non lui.»
Be', ecco fatto. Non c'è niente al mondo, neanche il mulo
più intrattabile, che sia pertinace quanto un maledetto indiano.
Pensai che per me era finita, specialmente dopo che Brucia
disse che intendeva tagliarmi la lingua per punire le mie menzogne,
un'idea che piacque in modo particolare al tipaccio che
mi teneva per il braccio destro. Non era più che un ragazzo,
quasi della mia età quando io uccisi il Crow. Ho detto che
non lo riconobbi e invece a un tratto sì.
Era Sporco sul Naso, un poco cresciuto rispetto al giovinetto
a cui avevo dato un cavallo dopo l'impresa che mi procurò
il mio nome di adulto.
Brucia Rosso tirò fuori il coltello. Io guardavo Sporco sul
Naso. Diavolo, valeva la pena di tentare.
Gli chiesi: «Hai ancora quel morello che ti regalai su al
Fiume della Polvere?».
Scomparve l'aria feroce, e rispose: «No, lo rubarono i
Pawnee quando ci accampammo alla Collina della Vecchia,
due nevi or sono».
«Hai sentito?» chiesi rivolto a Brucia Rosso nel Sole.
Sbiancò in viso, per quanto mi riuscì vedere sotto la tinta.
«È vero» disse lui. «Ecco una cosa che non capisco.»
Continuai a sparargli addosso un fuoco di fila di ricordi, ma
a lui non fece più impressione. Però mise via il coltello. Fu
proprio quel particolare sul cavallo a salvarmi la vita, o, per
lo meno la lingua. A quei tempi gli uomini andavano e venivano,
ma i cavalli erano una cosa seria.
Così quegli indiani decisero di portarmi al loro campo,
perché gli anziani giudicassero la faccenda. Non ero più fisicamente
ristretto, ma non erano arrivati al punto di restituirmi
le mie armi. Lasciarono un uomo di guardia ai mulattieri, ai
quali dissi di accettare di buona grazia l'inconveniente: ma
non avevano altra scelta.
Il gruppo dei Cheyenne aveva lasciato i cavalli in una bassura
distante mezzo miglio, sotto la guardia di due guerrieri
più giovani. Ombra continuava a tenere la cavezza di quel
pezzato, ma io pensai che non sarebbe stato il caso di salire in
groppa all'animale in quel momento; e l'altro mio cavallo era
rimasto ai carri.
«Cosa cavalco, io?» chiesi a Brucia.
Fu un problema serio per quel poveraccio. Una volta vinta
la sua ostinazione a proposito della mia identità, non sapeva
proprio più che pesci pigliare.
Mi guardò con la faccia aggrondata.
Disse: «Ho un dolore in mezzo alle orecchie». Frugò fra
le penne del copricapo e si grattò lo scalpo. Soltanto allora capii
quanto era sciocco. Quando era ragazzo, avevo giudicato
Brucia Rosso un tipo brillante, per la sua conoscenza dell'arco
e della freccia e del cavalcare, in cui mi aveva istruito. Direi
che queste cose le sapeva benissimo, ma per il resto era proprio
uno stupido.
«A piedi non ce la faccio. Te l'assicuro» dissi.
Capii che gli dispiaceva di non avermi tagliato la lingua,
non perché Brucia fosse straordinariamente crudele, ma semmai
perché in questo modo la difficoltà non sarebbe sorta.
«Monta dietro di me» disse Sporco sul Naso, che si fidava
quasi completamente dopo l'accenno al cavallo che gli avevo
dato. Così io balzai in sella e lo afferrai alla cintura, perché
non osavo affondare i miei tacchi spagnoli nella pancia
dell'animale, e partimmo, due ore verso settentrione, seguendo un
ruscelletto che non aveva l'eguale al mondo per scarsezza di
acque.
Là, sull'altra riva, sorgevano i tepee di Pellevecchia, e la
sua banda pareva essere grande come di consueto, ma Gesù,
pensai, erano sempre stati così malmessi? Ed è strano il fatto
che il tanfo mi offendesse più ora che quando ero stato bambino
di dieci anni, entrando nel mio primo accampamento in
compagnia di mia sorella Caroline. Per dirti che potenza avesse
quest'odore generale, anche se sparso per l'aria dal venticello
che soffiava, esso sopraffece, per me, l'odore personale di
Sporco sul Naso, che m'era forte alle narici essendomi egli
così vicino.
Andiamo al tepee del capo, a me ben noto, perché era stato
la mia dimora per cinque anni, coi suoi disegni sbiaditi e i
rammendi. Dall'aspetto delle cose immaginai che Pellevecchia
avesse dovuto sopportare un altro dei suoi lunghi periodi di
malasorte. Accorsero bambini sporchi e cani latranti e la maggior
parte degli adulti del campo in quel momento erano radunati,
perché come al solito il nostro gruppo era giunto sparpagliato,
e i primi avevano subito informato gli indiani di
quello che era successo.
Cominciavo a essere nervoso, perché se è vero che fra gli
americani si trova gente che quanto più la conosci tanto meno
ti fa paura, lo stesso non vale, secondo la mia esperienza, per
gli indiani, i rapporti prolungati con i quali menavano soltanto
alla consapevolezza che erano capaci di tutto. Avevo le ginocchia
molto meno salde quando insieme a Sporco sul Naso
smontai.
In mezzo a un gruppo di guerrieri, chinai la testa per entrare
nel tepee. Dentro, era più buio di sempre, perché il fuoco
non era acceso e i miei occhi non si erano adattati allo scuro,
venendo dal sole rovente. Voltammo a sinistra e sostammo
un minuto, come voleva la buona regola, e venne la voce di
Pellevecchia da quel vago chiarore antistante.
«Voglio che andiate fuori» disse a quegli indiani. «E lasciatemi
parlare da solo all'uomo bianco.»
Uscirono e feci il giro del tepee per raggiungere il punto
dov'era il vecchio capo. Tu magari pensi che sarebbe stato più
logico tagliare lungo il diametro, ma questo non si faceva
mai: dentro una tenda si viaggia circolarmente.
Ci volle un poco perché i miei occhi si aggiustassero e riuscissi
a distinguerlo. Frattanto lui se n'era rimasto a sedere in
silenzio. Notai che era a capo scoperto, e rammentando che io
avevo gettato via il cilindro prestatomi da lui alla Battaglia del
Solomon, mi sentii in colpa. Ora avevo in testa il mio sombrero
messicano, che mi ero portato dietro, consumandolo durante il
viaggio. Era veramente bello, però, con la sua fila di medagliette
argentee e la tesa ricamata.
«Nonno» dissi. «Ti ho portato questo regalo.» E gli
porsi il cappello.
Ero al limite. Se il Cheyenne era deciso a mettermi a morte
come impostore, ormai non potevo farci più nulla.
«Figlio mio,» disse Pellevecchia «rivederti mi fa gemere
il cuore come un falco. Siediti accanto a me.»
Fu un certo sollievo. Mi misi seduto sopra la pelle di bufalo,
alla sua sinistra, e lui si chinò ad abbracciarmi. Ti dico
che ne fui proprio commosso. Poi lui prese il sombrero, sveltamente
ne tagliò la cupola con un coltello, ci ficcò sopra una
penna e se lo mise in testa.
«È lo stesso cappello che una volta possedevo io?» chiese.
«Quello che era diventato morbido di pelle e di grasso?»
«No, nonno, è un altro.»
«Dobbiamo fumare al tuo ritorno» disse e rifece la trafila
di riempire la pipa, accenderla, offrirla ai quattro punti cardinali
e così via, sì che ci volle un pezzo prima di fare una tirata
di quella mistura pepata di radica di salice rosso.
«Ti ho visto in un sogno» disse dopo un poco. «Bevevi
a una sorgente che usciva dal lungo naso di un animale. Non
riconobbi l'animale. Accanto al naso gli crescevano due corna.
L'acqua che gli usciva dal naso era piena d'aria.»
Sei padrone di non credermi, ma allora rifletti che se volessi
ricavare qualcosa da questa storia, te la metterei più pesante
di così. Stava parlando della testa di elefante da cui usciva
l'acqua di soda nel locale di Kane. Non riesco a spiegare
questa faccenda.
Restammo lì seduti un'oretta, prima di arrivare al punto
che per me era importante, ma con gli indiani non si può andare
di fretta.
Finalmente Pellevecchia disse: «Non essere adirato con
Brucia Rosso nel Sole e con gli altri. L'anno scorso hanno
avuto alcune esperienze infelici con certi uomini bianchi incontrati
mentre vagavano, stanchi e affamati, in un posto senz'acqua.
Questi uomini bianchi avevano perso il senno in cerca
della polvere gialla, e la nostra gente ebbe pietà di loro, li nutrì
e li curò della malattia della mente, e poi quando furono
guariti, questi uomini bianchi rubarono ventisei dei nostri cavalli
e il fucile di Cane Macchiato e durante la notte fuggirono
via».
Pellevecchia succhiava con calma la pipa e faceva uscire il
fumo dalla bocca e dalle narici.
«In particolare, quel che dava fastidio a certi Esseri Umani»
continuò «fu che noi eravamo qui venuti per partecipare
a un convegno di pace al Forte dell'Ansa, e ce lo aveva chiesto
il Padre dei bianchi, ed ecco perché indossiamo le vesti belle,
e poi Brucia Rosso nel Sole e gli altri incontrarono la tua carovana
e videro il pezzato che era fra quelli rubati in questi
ultimi anni.»
Presi la pipa dalle sue mani: «Non capisco perché non
mi hanno riconosciuto».
«Sì» disse Pellevecchia. «Vuoi mangiare?»
Non diceva mai niente alla leggera, e io sapevo che secondo
i convenevoli ero tenuto a prendere qualcosa e dissi di sì, e
venne la Donna del Pantano dei Bufali che accese il fuoco e
fece bollire un cagnolino e lo servì nelle ciotole con le zampine
che sporgevano oltre il bordo, segno di distinzione speciale.
Ma continuò a tenere gli occhi bassi e non ci salutammo mai,
giacché Pellevecchia non aveva ancora dato il suo benestare
fra lei e me. Quando tutto questo fu finito, era ormai la sera
inoltrata.
Il capo si pulì la bocca unta di grasso con la tesa del sombrero.
E non era semplice sporcizia, però: dopo alcuni pasti,
quel copricapo sarebbe stato a tal punto impregnato di grasso
da rendersi impermeabile.
Riprese la conversazione al punto in cui era rimasta.
«Non capisco esattamente quello che successe a te alla
Battaglia dei Lunghi Coltelli, nella quale i soldati a cavallo
non seppero combattere alla maniera giusta» disse. «Tutti
andammo via per colpa della magia sbagliata. Ma quando gli
Esseri Umani si radunarono nuovamente e tu non eri nel tuo
corpo, vedemmo una rondine volare su di noi per molto tempo.
Più tardi sognai l'animale dal naso lungo che ti dava da
bere in un villaggio dei bianchi, ma non lo dissi a nessuno
perché farlo poteva significare malasorte, per te.
«E dunque a Brucia Rosso nel Sole non si può far colpa
per la sua ignoranza.» Si alzò dalla sua pelle, facendo cenno
che lo seguissi, uscì dal tepee, dove intanto era rimasto in attesa
tutto il campo. Il sole tramontava in fondo all'infinito della
prateria, verso occidente, con strie color d'arancio, vermiglio,
rosa, e questa luce accendeva i colori di tutta la gente adunata.
Pellevecchia stava benissimo con quel sombrero. In piedi,
con indosso la coperta rossa, fece una specie di arringa, come
prevedibile. Io ci entrai soltanto alla conclusione.
«Su questo argomento io ho pensato e parlato e fumato e
mangiato. E la decisione mia è che Little Big Man è ritornato.»
Rientrò nella sua tenda e tutto il campo venne a salutarmi
come mai mi era accaduto, con abbracci e complimenti e ogni
genere di ciarla affettuosa, e dovetti mangiare cinque o sei volte
ancora e parlare per ore, e riconosco che mi commossi, ma
sapevo che tuttavia non avrei potuto mai più essere indiano.
Seppi per filo e per segno che cosa aveva fatto questa
gente dopo la Battaglia del Solomon: pressappoco quello che
avevan fatto da tempi immemorabili, su verso settentrione per
la parte maggiore dell'anno e giù verso meridione per la consueta
adunanza estiva delle tribù. Non c'erano stati più pasticci
con i soldati, perché si erano tenuti lontani da questi. E
sembrava che fossero ancora graditi presso la tribù maggiore,
vale a dire che Pellevecchia non aveva messo le mani sulla
moglie di qualcun altro.
Un indiano, per caratterizzare un arco di dodici mesi, sceglie
qualcosa del genere: «Fu la volta che Lupo Corrente si
ruppe una gamba», oppure: «Durante quell'inverno cadde
un albero sul tepee di Orso Uccello». Nella misura in cui tenevano
un diario mentale, esso si riempiva di episodi del genere,
e poteva darsi che non ci fossero annotazioni su una cosa
davvero importante. Per esempio, quella ritirata del Solomon
mi fu rammentata soltanto da Brucia Rosso e da Pellevecchia;
tutti se l'erano scordata, appena possibile. Se tu avessi
chiesto a un Cheyenne che cosa avesse fatto di notevole quell'estate,
magari ti avrebbe detto qualcosa come: «Il mio baio
vinse una corsa contro il morello di Tagliapance».
Come aveva detto Pellevecchia, adesso erano in questa zona
per via del congresso in vista del trattato di pace convocato
dal governo al Forte dell'Ansa. Il commissario indiano in persona
aveva promesso di farsi vivo, così io seppi, e questo fece
molta impressione sul capo. S'aspettava di ottenere un'altra
medaglia e magari un altro cappello a cilindro. Ma a parte
questo era piuttosto indeciso sulle prospettive.
Uno dei molti pranzi di festeggiamento che furon dati per
me avvenne nel tepee di Gobbo, che era ancora capo in guerra
e rimasto immutato.
«Benvenuto, amico mio» mi disse vedendomi. «Non mi
hai per caso portato un regalo di polvere e pallottole?» Io gli
regalai le cartucce e le capsule a percussione che mi avanzavano
della vecchia pistola, conservando soltanto le cariche già
alloggiate nel tamburo. Se l'esercito l'avesse scoperto, potevano
anche impiccarmi, penso.
«Vieni a mangiare» disse. Pellevecchia era sempre invitato,
e Ombra che Appare alla Vista e Brucia Rosso e diversi
altri miei vecchi amici, e fu qui che parlammo del trattato.
«Non so» disse Pellevecchia quando avemmo finito la
lingua di bufalo lessa. «Non so se è giusto che un Essere
Umano diventi contadino, anche se Lupo Giallo ebbe questa
idea, ed era uomo saggio.»
Gobbo disse: «Lupo Giallo fu un grande capo, ma gli
uomini bianchi gli diedero la malia, altrimenti non avrebbe
mai avuto quell'idea. Per troppo tempo aveva oziato attorno
ai forti».
«Ora voglio parlare io» disse Ombra che Appare alla Vista.
«Io penso che preferirei morire piuttosto che piantare una
patata.»
Brucia Rosso nel Sole era ancora scottato dallo sporco affare
avuto da quei cercatori d'oro. Disse: «Qualunque cosa
facciamo, gli uomini bianchi ci imbroglieranno. Se piantiamo
le patate, ce le ruberanno. Se cerchiamo di cacciare il bufalo,
faranno fuggire i branchi spaventandoli. Se combattiamo, non
faranno la guerra nella maniera leale». Non arrivò a conclusione
alcuna, ma cadde in uno di quei momenti di depressione
che gli duravano un giorno intero e la mattina dopo, e se ne
stava nel tepee di Gobbo, senza parlare né bere né mangiare,
e la famiglia di Gobbo lo lasciava in pace, girandogli intorno.
«Può darsi che sia vero» disse Pellevecchia. «D'altra
parte gli uomini bianchi arrivano in numero sempre maggiore
e costruiscono abitazioni permanenti. Se non trovano legno,
tagliano mattoni dalla terra, e scavano nel suolo come cani di
prateria. Si può dire qualsiasi cosa dell'uomo bianco, ma bisogna
ammettere che non è possibile liberarsi di lui. L'uomo
bianco esiste in quantità inesauribile. C'è sempre stato un numero
limitato di Esseri Umani, perché noi siamo speciali e superiori.
Evidentemente non tutti possono dirsi Esseri Umani.
Perché questo sia possibile, dev'esserci molta gente inferiore.
A mio vedere, questa è la funzione degli uomini bianchi nel
mondo. Dunque noi dobbiamo sopravvivere, perché senza di
noi il mondo non significherebbe più nulla.
«Ma sopravvivere se gli uomini bianchi scacciano il bufalo
non sarà facile. Forse dovremo provare a farci contadini. Lo
hanno già fatto altri uomini rossi. Quando ero ragazzo, un popolo
chiamato Mandan si mise a coltivare la terra lungo il
Grande Fiume Fangoso. È vero che i Lakota attaccavano di
continuo i loro villaggi e ne ammazzarono parecchi. E che poi
i Mandan presero il vaiolo dai mercanti bianchi e morirono
tutti. Non esistono più Mandan.» Pellevecchia alzò le sopracciglia.
«Forse non erano un grande popolo.»
«Mai sentito d'un popolo di contadini che fosse grande»
disse Gobbo. Poi chiese a me: «Immagino che nel tuo carro
tu abbia molta polvere e piombo».
Non risposi, perché non volevo entrare in quest'argomento.
E feci bene, perché mi preparavo a dire qualcosa anch'io.
Avevo una certa importanza, lì dentro, non perché ero così
importante da guidare una carovana - per il Cheyenne questo
non conta, e nessuno mi aveva chiesto come avessi passato
il tempo dall'ultima volta che ci eravamo visti - no, ero importante
perché, pur essendo io in apparenza morto alla Battaglia
del Solomon, ero ritornato.
Ecco cosa pensavo: Pellevecchia aveva trascorso più di
settant'anni nella prateria e che cosa gliene veniva? Gli indiani
amavano la loro terra, ma la cosa singolare era che la più
miserabile baracca dell'uomo bianco aveva un rapporto con la
terra impossibile a qualsiasi pellerossa nomade. Cera un modo
di considerare la faccenda: in ogni rapporto vero, essendo
ogni cosa congiunta a tutte le altre, lascia sulle altre un segno: diciamo, un albero è legato alla terra e viceversa. Ora a
Denver stavano costruendo edifici con fondamenta: non soltanto
sul terreno, ma dentro il terreno; sì che se un giorno i
bianchi avessero lasciato quel posto, per lungo tempo ci sarebbe
rimasto il loro marchio. Mai sentito di una forza naturale
che possa strappare dalla terra i muri di una cantina.
Forse gli uomini bianchi erano più naturali degli indiani!
Ecco cosa mi era venuto in mente. Persino i cani della prateria
avevano i loro villaggi fissi... Ora io so che ogni cosa vivente
appartiene alla natura, allo stesso modo, né più né meno, di
ogni altra cosa, ma a quei tempi ero giovane e certe distinzioni
mi seccavano, insieme alle contrastanti affermazioni: gli indiani
convinti d'essere più "naturali” degli uomini bianchi, e
questi ultimi a insistere che erano loro i più "umani”.
Quale che sia il giudizio su tutto questo, capii subito che il
modo di vita che venne in quanto tale era finito. Lo vedevo
non in questo campo, ma a Denver; perché succede che le verità
si scoprano prima in un luogo distante da quello per cui
valgono. Immagina di essere stato in Cina quando fu inventata
la polvere da sparo: avresti pensato che mille miglia lungi
da lì, era finita per le corazze e per i castelli di pietra?
Così quello che dissi nel mio discorso si basò praticamente
su questo punto di vista. Mi alzai in piedi nel tepee di Gobbo.
Indossavo la più bella coperta rossa di Brucia Rosso. Ci
eravamo scambiati dei regali e lui, alla maniera indiana, mi
aveva dato il suo oggetto più bello.
«Fratelli» dico. «Quando siedo fra voi, penso al bel territorio
del Fiume della Polvere dove facemmo tante cose felici
quando ero ragazzo. Rammentate quella volta che Piccolo
Falco dormiva nel suo tepee e all'improvviso fu svegliato dall'odore
della glandola del castoro e alzò il lembo della tenda e
vide un Crow che gli rubava il cavallo, e lo uccise? E quando
Due Bimbi tornò dal sentiero della sua guerra solitaria contro
gli Ute, dopo essere restato via un anno intero, la cintura piena
di scalpi, cantando una canzone che gli aveva insegnato
un'aquila mentre lui giaceva ferito?
«Rammentate come è bello il Picco delle Nubi con la testa
bianca e le spalle di porpora e di turchino? E pensate all'acqua
chiarissima del Ruscello della Donna Matta, che
scorre fresco tutta l'estate dalle nevi che si sciolgono sulle
montagne. Le foreste piene di legno per fare i pali delle tende
e per accendere il fuoco, l'alce con le sue grandi corna, l'orso
con la sua veste di pelliccia...
«Credo che fosse meglio sul Fiume della Polvere, anziché
qui, in questo luogo.
«Io non so nulla di questo trattato, ma so che sempre più
uomini bianchi verranno per questi posti dove noi siamo ora
accampati, perché è come l'uccello che vola da un villaggio
bianco chiamato Denver verso un grande posto bianco chiamato
Missouri. Ho veduto l'uno e l'altro posto e so che non se
ne andranno via, e che anzi si allargheranno. È mia opinione
che, facendo essi in questo modo, essi e la terra interposta saranno
sempre meno belli agli occhi degli Esseri Umani.»
Ripresi fiato. È difficile trascendersi quando manca la pratica.
Dico: «Ebbi un sogno dopo la Battaglia dei Lunghi Coltelli.
Volavo sopra tutto questo paese e vedevo sotto di me uomini
bianchi costruire case quadrate; ma a settentrione, lungo
il Fiume della Polvere, vidi la grande nazione degli Esseri
Umani che viveva felice, combattendo i Crow e i Serpenti di
Montagna, ammazzando bufalo e alce, e rubando cavalli».
Parlò Pellevecchia: «Credo di aver sentito la saggezza»
disse. «Volevamo parlare di questo trattato a sostegno dei nostri
fratelli del meridione, Cuccuma Nera e Antilope Bianca
ci andranno, e sono grandi capi. Mi dicono che parleranno anche
gli Arapaho, i Kiowa e il Popolo dei Serpenti. Fa molto
bene vedere tutte le tribù a un congresso di pace, coi loro innumerevoli
cavalli e i vestiti più belli. Il Padre dei bianchi fa
regali a tutti. Andare a un congresso di pace non significa che
uno debba toccare la penna.
«Il Padre vuole comprare dagli Esseri Umani e da altri la
terra dove giace la polvere gialla. Ci sarà Bent, che è un buon
uomo il quale ha sposato una donna degli Esseri Umani. Volevo
andare a parlare dell'agricoltura perché Cuccuma Nera e
Antilope Bianca, i quali sono uomini saggi, hanno detto che
gli Esseri Umani debbono pensare a farsi contadini.
«Ma i sogni non parlano in due modi, e ci dev'essere un
motivo per cui Little Big Man ci è stato rimandato a parlarci
della sua visione.»
Non gli avevo dato un'idea nuova. Gli indiani non sono
necessariamente sciocchi su quello che debbono o non debbono
fare. A volte hanno motivi che all'uomo bianco risulta difficile
comprendere. Pellevecchia andava al congresso soprattutto
per ottenere un'altra medaglia d'argento e vedere lo
spettacolo, quando tutte le tribù sono riunite e fanno mostra
della loro bravura nel cavalcare e ostentano i panni migliori
per fare colpo sui rappresentanti del governo. Forse sarebbe
arrivato al punto di firmare il trattato senza alcuna intenzione
di darsi, come conseguenza, all'agricoltura.
Ora aveva deciso, su mio suggerimento, di dimenticarsi
tutta la faccenda e di ritornarsene al settentrione. Ma voglio
dirti una cosa: non fece questo per via del sogno ”mio”,
lo fece perché sapeva benissimo che io ero bianco e non
parlavo a caso, sulla situazione nel Kansas e nel Colorado.
E così gli altri, e se tu ripensi al mito che avevano costruito
sopra Little Big Man, vedrai quello che voglio dire. Personalmente
io non ci entravo, per nulla, e nella misura in cui
mi si doveva identificare con quel mito, dovevo tenermi alla
sua altezza, e non il contrario. Se facevo qualcosa che non
s'accordasse con la leggenda, ciò significava che io non ero Little
Big Man. Con questi mezzi gli indiani tenevano giusti i loro
concetti e incontaminati i loro eroi, e non occorreva che
mentissero. E io credo comunque che non avrebbe funzionato,
per qualcuno che capisse il principio di cose quali il danaro o
la ruota.
Dopo il discorso nella tenda di Gobbo, l'altro mio fratellastro,
Cavallino, vestito da donna Cheyenne, entrò e ci divertì
con canti e danze aggraziate. Mi fece bene al cuore vedere che
gli dava tanto successo essere heemaneh.
Passai la notte nel tepee di Pellevecchia. La mattina dopo
vidi un altro vecchio amico. Ero andato a lavarmi nel ruscello
e ne tornavo, e vidi un indiano che pareva cieco, a meno che
non passasse deliberatamente dentro ai cespugli e ai cactus,
muovendosi da un punto all'altro. Dopo averlo osservato decisi
che la cosa vera era la seconda, infatti solo di proposito
avrebbe potuto trovarsi un cammino così aspro. Finalmente
giunse al ruscello, e si mise a lavarsi. Ma non con l'acqua, con
la terra della riva.
Lo riconobbi subito. Era Orso Giovane. Così, quando ebbe
finito quelle sue curiose abluzioni, lo raggiunsi. Non sapevo se
mi considerasse ancora suo nemico o no. Era tanto tempo, mi
sembrava, che non ci avevo pensato più.
Al mio saluto si volse, non scortese, ma invece di rispondermi
con il saluto cheyenne, mi dice salve. Poi, alla maniera
di uno che avendo fatto il bagno si siede sulla sponda per
asciugarsi, entra nel ruscello e si distende nell'acqua. Tutto
sommato era logico, visto come si era lavato con la terra. Capii
che faceva tutto all'incontrario, e capii allora che cosa era
diventato.
Più tardi ne ebbi conferma da Cavallino, che mise da parte
le sue perline e abbandonò il gruppo di donne che gli facevano
compagnia per spiegarmi come stavano le cose.
«È vero» dice. «L'anno scorso Orso Giovane diventò un
Contrario. Comperò l'arco del tuono dal Contrario Bianco.»
Debbo una spiegazione. Tu sai che il Cheyenne, di regola,
è un guerriero di cui è difficile trovare l'eguale. Ma un Contrario
va anche oltre. È un tale guerriero che, a parte il combattere,
per il resto del suo vivere fa ogni cosa all'incontrario.
Non cammina sulle piste, ma invece attraverso i cespugli. Si
lava con la terra e si asciuga con l'acqua. Se gli chiedi una cosa,
fa la cosa opposta. Dorme sulla terra nuda, preferendo un
suolo scomodo, e mai sul letto. Non può sposarsi. Vive solo a
qualche distanza dal campo; e quando combatte, combatte da
solo, non con il grosso dei Cheyenne. Porta in battaglia l'arco
del tuono, che ha una punta di lancia infissa in cima. Quando
l'ha nella mano destra, non può ritirarsi.
Ecco, ci sono un milione di altre regole, credo, e perché la
cosa è tanto speciale, si trovano un paio di Contrari vicino a
ogni campo.
«Dunque» disse Cavallino. «Tu rammenti Coyote. Fu
ucciso dai Pawnee. Gli Ute uccisero Cane Rosso...» Continuò
con le notizie, che erano piuttosto cruente. Poi disse, con aria
piuttosto maliziosa: «Sto pensando di trasferirmi nella tenda
di Scudo Giallo, come una seconda moglie».
Gli feci le mie congratulazioni e gli regalai uno specchietto
per farsi la barba, che gli fece tanto piacere, e dopo che ci
lasciammo rimase lì seduto a lungo a guardarsi.
Ma prima, gli domandai della mia antica ragazza, Nulla.
«L'ha sposata un Contrario Bianco» disse. «Aspetta un
bambino.»
La vidi un poco più tardi, seduta davanti alla sua tenda a
schiacciare certe bacche. È notevole come può cambiare una
ragazza in un paio d'anni. Sarebbe stata grassa anche senza la
pancia incinta. Il naso le si era allargato su tutta quanta la
faccia, e non rammentavo che ai miei tempi avesse quell'aspetto
unto. Quella che un tempo era una lucida chioma nera,
ora sembrava la coda di un cavallo passata in mezzo a un cespo
di marruche.
Ma il cambiamento più notevole sembrava essere avvenuto
nella sua personalità. Quando le andai vicino stava scacciando
un cane con la voce più robusta che mai avessi sentito,
e allora dal tepee uscì il marito e lei lo insultò. Le donne
Cheyenne sono buone mogli, ma a volte sono anche grandi
seccatrici.
Magari tu stai dicendo che la carica della cavalleria sul
Solomon mi salvò dal dover ascoltare quella donna per il resto
dei miei giorni.
Bene, dopo un poco cominciarono a disfare quel campo
per spostarsi verso settentrione. Pellevecchia e io restammo lì
a guardare le donne che abbattevano i tepee, e adattavano al
traino i pali delle tende, riempiendoli di roba. Aveva in testa
il sombrero, che per via della differenza delle nostre misure
gli stava un poco alto sopra le trecce. Siccome quella era stata
una semplice sostituzione del cappello a cilindro che io avevo
perso, in realtà io non gli avevo ancora regalato niente, così
pensai che non restava altro da fare che dargli in dono la mia
Colt. Da un lato era un regalo piuttosto modesto. Dall'altro,
mi lasciava senza cavallo e senza arma alcuna, senza cappello,
senza giubba - l'avevo regalata a Gobbo - e in cambio io
avevo ricevuto una coperta, una pipa di pietra, un filo di perline
e roba del genere, con la quale roba raggiungere quei mulattieri
poco amichevoli e percorrere le miglia che restavano
per arrivare a Denver.
«Nonno» dico. «Non posso venire con te al Fiume della
Polvere.»
«Ti ho sentito» risponde Pellevecchia, e non aggiunge
altro. Mai me ne avrebbe chiesto la ragione.
Eppure non potevo andarmene così. Forse era me stesso
che dovevo convincere, perché durante questa seconda giornata
coi Cheyenne notai che già mi erano un poco meno repellenti.
Cominciavo a riabituarmi all'odore del campo. Non era
assurdo pensare che col tempo forse sarei ridiventato quello
che ero prima.
Forse no, ma io sentivo tale minaccia. La cosa importante
era che a Denver me la fossi cavata bene. Mi ero messa in testa
l'idea dell'ambizione. Non riesci a nulla nel mondo dei
bianchi, se non afferri quel concetto. Ma non esiste un modo
di esprimerla in cheyenne, questa idea.
Ora, i ragazzi indiani vogliono diventare, da grandi, guerrieri
valorosi e alcuni sentono la disposizione a diventare capi,
ma queste sono tutte mete personali, perché un capo non esercita
il potere nel senso che diamo noi alla parola. Guida gli
altri solo con l'esempio. Prendiamo questo spostamento al
Fiume della Polvere: Pellevecchia non diede alla sua gente
l'ordine di andarci. Fece una cosa sola, decise di andarci lui, e
Gobbo decise che ci sarebbe andato anche lui, e così via, e gli
altri li avevano seguiti perché convinti che questi uomini erano
saggi - o magari non li avrebbero seguiti, se avessero giudicato
il contrario. Brucia Rosso non si era ancora deciso: era
ancora lì fermo sul posto della vecchia dimora di Gobbo, e le
mogli e le figlie di Gobbo avevano calato la tenda proprio accosto
a lui.
D'altro canto, mentre guidavo quella carovana di muli
verso il Colorado, io stavo pensando di mettermi in affari da
solo. Ho già detto di non avere testa per il commercio, ma ero
giunto a convincermi che non serve la testa per diventare ricco
in un posto nuovo di zecca come Denver. Già si parlava di
trasformare il Colorado in un Territorio. Entro pochi anni, se
facevo soldi a sufficienza, potevo anche presentarmi per
governatore: sapevo leggere e scrivere, ciò che era vero per
meno del cinquanta per cento della popolazione normale lungo
il Cherry Creek.
Ma come potevo far intendere una cosa simile a un indiano
qual era Pellevecchia?
In quel momento mi aiutò la comparsa di Orso Giovane,
che veniva incontro a noi. Cavalcava alla rovescia, naturalmente,
faccia verso la coda, tirava la briglia alla rovescia e naturalmente
i suoi comandi venivano eseguiti alla maniera giusta.
Indicava "sinistra” per dire "destra”, e siccome guardava
verso le terga della bestia, il significato del comando veniva
immediatamente rovesciato e la bestia eseguiva correttamente.
Dico: «Ma perché Orso Giovane si è fatto Contrario?».
Come potevo prevedere, trattandosi di un capo, mi diede
la spiegazione tradizionale: «Perché aveva paura del fulmine
e del tuono».
«E per questo debbo andare verso occidente coi miei muli»
dico. E sai, c'era un po' di verità in quest'affermazione.
Da come andò a finire quel trattato, io fui felice di aver
mandati i miei amici fuor dal pericolo. Marmitta Nera, Antilope
Bianca, e gli altri Cheyenne e Arapaho del meridione che
misero la firma ebbero una riserva lungo l'Arkansas, nel sudest
del Colorado, un posto senza selvaggina, poca acqua, terra
arida. Pochi anni dopo, mentre stavano pacificamente accampati
al Ruscello della Sabbia, Sand Creek, furono massacrati
dai Volontari del Terzo Cavalleria del Colorado.


CAPITOLO 14.
L'ASSALTO ALLA DILIGENZA.

Il massacro di Sand Creek avvenne nel '64, verso la fine
dell'anno. A quell'epoca la ribellione fu domata in quel modo,
oppure non sarebbe mai successa, perché le truppe sarebbero
state occupate altrove.
In quanto a me, mi trasformai in un tipo casalingo, dopo
quel viaggio da e per il Missouri con i muli. Mi ero messo in
testa di diventare un grosso uomo di affari e magari di darmi
alla politica. Avevo anche cominciato a sospettare dei miei
due soci Bolt e Ramirez, i quali avrebbero dovuto dividere
con me alla pari, ma come potevo controllare se ero sempre
via in carovana? A conferma, tu avresti dovuto sentire le loro
proteste quando gli dissi che d'ora in poi intendevo starmene
a bottega.
Be', non m'intendevo molto di contabilità, sicché non potei
mai provare quello che mi avevano rubato in passato, ma
la mia parte crebbe notevolmente dal momento in cui smisi di
viaggiare. E subito feci due cose: mi costruii una casa e presi
moglie.
Avevo una ventina d'anni. La donna che sposai - anzi,
ragazza, perché aveva diciotto anni - era svedese, nata in
Svezia, venuta fra noi pochi anni prima coi suoi e stabilita al
Lago dello Spirito, nello Iowa, dove suo padre e sua madre furono
ammazzati nel famoso massacro compiuto da una banda
fuorilegge di Santee Sioux. Questo era successo cinque anni
prima, sì che lei era ancora piccola abbastanza da nascondersi
nel ripostiglio delle patate, cosa che fece e scampò. Questa ragazza
si chiamava Olga. Quando la sposai, ci sarebbe voluto
un posto più grande per nasconderla: era alta quasi sei spanne
e pesava in proporzione, pur senza avere addosso un'oncia
di grasso. Era più grande di me, persino quando io m'ero messo
gli stivaletti truccati.
Olga era d'incarnato chiaro, coi capelli così leggeri e sottili
che anche nei giorni di pioggia pareva che su di lei scintillasse
il sole. Era venuta a Denver con certa gente che ce la
portò dopo la tragedia, e in cambio di questo esigevano da lei
un mucchio di lavoro: cucinava, badava ai bambini, faceva
tutto il bucato, e spaccava tutta la legna, mentre la donna se
ne stava attorno alla baracca, acida, e l'uomo cercava continuamente
di metterle le mani sul sedere.
Mi piacque dalla prima volta che la vidi, non soltanto
perché era carina, e infatti lo era, e la statura fuor del normale
me la rendeva anche più attraente, ma per il motivo che
era la creatura di miglior carattere da me conosciuta. Era proprio
impossibile far adirare una donna simile, e io avevo sempre
avuto un debole per le donne tolleranti. Per esempio, non
aveva mai avuto il minimo sospetto che quella famiglia ricavasse
almeno il trecento per cento da quello che aveva speso.
Dopo che ci fummo sposati, io non potei fare altro che impedirle
di ritornare da loro ogni pomeriggio e fare le faccende
dopo che aveva finito le nostre.
L'anno dopo Olga e io avevamo un bambino nostro e io
mi feci costruire la casa di cui ho già detto, una bella dimora
tutta di legno con il tetto acuto, di quattro stanze. Non reggeva
ancora il confronto con la residenza dei Pendrake, ma per
Denver andava benissimo. Il figlio di Olga si chiamò Gustav,
che era il nome del padre ucciso dai Santee, e fin da bambino
sembrava proprio uno svedese con i capelli gialli come il
granturco e gli occhi celesti.
L'infanzia fra i Cheyenne mi aveva dato la convinzione di
non essere uno sciocco, convinzione rimasta intatta anche dopo
quel periodo nel Missouri, perché io credo che la scaltrezza
non si applichi all'amore. Si applica invece agli affari, e mi
sembrava di essere proprio in gamba. Non avevamo mai avuto
un accordo scritto sulla nostra comunanza di affari. Bolt ce
lo rammentava sempre ogni sabato sera, quando calcolava
l'incasso della settimana, sottraeva le spese, e poi divideva
quello che restava in tre parti, anche se ebbi modo di osservare
che soltanto io ricevevo una manciata di danaro contante in
queste occasioni. Lui e Ramirez preferivano che i soldi loro
finissero in cassaforte. A una mia osservazione in proposito,
m'informarono che volevano «riseminare i loro proventi».
Bolt era grande nell'usare frasi di questo tipo per spiegare
ogni singolarità.
«E per la vita di tutti i giorni che danaro usate?» chiesi.
Ramirez rise coi suoi denti bianchi e forti, ma Bolt disse, con
calma: «Credito, naturalmente. Qui ormai c'è la civiltà, Jack,
che corre non più sul danaro ma sull'idea del danaro. Prendi
quegli indiani che commerciano con noi: portano una pelle di
animale e vogliono l'equivalente in danaro, all'istante. Non
gli viene mai alla mente di aprire un conto con noi, grazie al
quale potrebbero prendere le provviste e altre merci ogni volta
che ne avessero bisogno, di cui il prezzo potrebbe essere registrato
sotto il loro nome, e poi sottratto dai depositi di pelli
in un tempo successivo.
«In questo modo potrebbero anche pareggiare gli alti e i
bassi della loro economia e della loro vita selvaggia secondo
lo stesso metro per l'intera annata, vacche grasse e vacche magre,
ripagando nei periodi di buona caccia quello che si fossero
segnato a debito nella cattiva».
Insomma, aveva queste e altre cose da dire sulla teoria degli
affari, e su come lui e Ramirez preferivano reinvestire la
loro parte nella bottega anziché andarsene in giro a spendere
un dollaro dopo l'altro. Avevano conto sospeso dal barbiere e
al saloon, ecc., e in quanto ai loro altri bisogni, prendevano
dalla merce della bottega, e sui libri contabili se l'addebitavano,
mentre io, per comprare a Olga qualcosa, mettevo in cassa
i soldi necessari, anche se naturalmente, come proprietario, mi
facevo lo sconto.
Ma ora vediamo l'altra cosa che rammentava tanto spesso:
la nostra società si fondava su una stretta di mano e nient'altro.
Di questo era molto orgoglioso, mentre per me era
motivo di una certa preoccupazione. Il fatto, immagino, che
ne parlava così spesso, mi indusse a proporgli, con la stessa
frequenza, che bisognava mettere nero su bianco.
In ogni modo, con questa tattica riuscirono soltanto a far
salire i miei sospetti a tal punto che io volli mettere i piedi
sulla terra, e così chiamammo un avvocato, ed egli fece le carte
da cui risultava chiaro il mio terzo. O almeno, così io pensai,
perché studiai con molta cura quei documenti, essendo come
tu sai capace di leggere. Ma io penso che la legalità abbia
un linguaggio tutto suo.
Olga fu per me una grande consolazione, e uno dei maggiori
motivi di questo è che non imparò mai troppo inglese, e
io naturalmente non sapevo una parola di svedese. Non potendo
parlarci molto, si andava d'accordo meravigliosamente,
senza mai che passasse fra di noi una parola storta.
Quel nostro bambino, il piccolo Gus, era un bimbetto in
gamba, e a me piaceva muovergli la culla col piede, mentre
lui gorgogliava e faceva tutte le cose che fanno le creaturine,
e dall'altra parte della stanzetta Olga badava ai rammendi, e
poi sorrideva rosea, alla sua maniera svedese se la guardavo, e
mi chiedeva se volevo mangiare, perché era come un'indiana
in questo, che s'aspettava che tutti avessero fame di continuo.
Poi, un giorno, a inverno inoltrato del '64, all'improvviso
Ramirez e Bolt scapparono di città, lasciandomi tutti i loro
crediti. Infatti scoprii che era questo l'accordo fatto: la
responsabilità legale della ditta era soltanto mia, insieme a tutti
i debiti contratti a nome della ditta. Tu hai già capito che quei
due misero persino il conto del barbiere a nome della ditta.
Insomma, ero arrivato al punto giusto, grazie al mio ”acumen”,
per dirla con il reverendo Pendrake. Malgrado l'aspetto
esteriore che diceva il contrario, da qualche tempo la
bottega rendeva di meno. Era successo questo: Bolt e Ramirez
avevano ridotto i prezzi a tal punto che più si vendeva e più si
perdeva. Si perdeva, voglio dire, idealmente, perché i due non
pagavano di fatto danaro alcuno, come ho detto.
Io non stetti a perdere tempo. Con Olga, la quale non credo
abbia mai capito bene la ragione, e il piccolo Gus, facemmo
fagotto e prendemmo la diligenza del giorno dopo, lasciando
casa, affari e ambizioni di vita rispettabile. Non avevo
ancora ventitré anni e già ero, da un punto di vista finanziario,
rovinato.
Eppure provavo un certo sollievo. Il successo mi piace,
certo, ma è inevitabile il fatto che l'insuccesso ti dà grande libertà.
Così, mentre percorrevamo la strada impervia per Colorado
City e Pueblo, l'animo mio era calmo, anche se non felice
come l'animo di Olga. Forse pensava che fosse un viaggio
di vacanza, perché eravamo verso la metà del dicembre 1864,
e la diligenza voltava verso oriente al fiume Arkansas, e se tu
fossi rimasto sino in fondo alla corsa saresti arrivato a Forte
Leavenworth in tempo per il Natale. Avevo preso il biglietto
fino al capolinea, e mi restavano appena i soldi per pagare
il mangime e l'alloggio alle stazioni di posta, anche se al principio
riuscimmo a risparmiare qualcosa sul cibo perché Olga
aveva portato con sé un gran canestro pieno di roba da mangiare.
Avrei anche potuto farmi venire in mente di traversare il
Missouri a Leavenworth e andarmene nella città dove viveva
il reverendo Pendrake. Avrei potuto, dico. Avrei potuto anche
fare visita a quell'ufficiale comandante di Leavenworth,
che da ragazzo aveva promesso di aiutarmi a entrare nell'esercito.
Una cosa è certa, non avevo idee fisse. Pensavo di avere
imparato la lezione: prendere quello che viene senza cercar di
forzare, e in questo stato d'animo Olga e il piccolo Gus erano
per me una grande consolazione.
Gus aveva due anni e non gli avevamo mai tagliato i capelli
biondi e ricciuti, perché erano tanto belli, e i suoi occhi,
celesti come il turchese, ricevevano tutto quel che c'era da vedere.
Era il suo primo viaggio, e quanto più impervia la strada,
tanto più se la godeva, e rideva e rideva a ogni scossone,
perché un viaggio in diligenza, a quei tempi, ti metteva a rischio
di lasciarci i denti. Somigliava tutto a sua madre, e per
me questo andava benissimo, perché la faccia mia non l'auguravo
a nessuno, e neanche, per questo, la mia personalità.
Non ho rammentato una cosa: il massacro di Sand Creek
era successo due settimane prima, quando il colonnello
Chivington assalì il campo dei Cheyenne e degli Arapaho, all'alba,
e li fece fuori tutti: due terzi degli uccisi furono donne e
bambini.
Ecco, io non fui a Sand Creek, quindi non mi pare di avere
il diritto di discuterne, anche se quanto successe poi ebbe
un peso sul mio avvenire. Successe infatti questo: i Cheyenne
entrarono in guerra su tutta la frontiera. Ma il colonnello
Chivington lo incontrammo coi suoi soldati sul fiume Arkansas,
a valle di Forte Lyon, che ancora stava inseguendo gli indiani
del Sand Creek.
La colonna si arrestò e si fece avanti un giovane tenente,
si toccò il cappello rivolto a Olga che guardava dal finestrino
della diligenza e disse al conduttore: «Il colonnello saluta
tutti quelli che stanno a bordo. Abbiamo perlustrato il fiume,
a valle, e vi possiamo assicurare che, nei limiti della nostra
giurisdizione, esso è sicuro».
Il conducente non nascose la sua gioia nell'apprendere la
notizia, e ne fui contento anch'io, perché all'ultima stazione di
posta non aveva fatto altro che parlare della possibilità di imbatterci
nel nemico, e se anche Olga non riusciva a capire
molto di altri argomenti, non appena il discorso cadeva sugli
indiani, all'improvviso trovava la parola.
«Sentito?» dico, toccandole la mano, che forse non era
liscia come quella della signora Pendrake, ma apparteneva
a me.
Accostò Gus al finestrino, dicendogli con il suo accento
svedese: «Guarda che bel cavallo».
Non intendeva dire la bestia del tenente, ma anzi un gigantesco
stallone in testa alla colonna di cavalleria, cinquanta
passi avanti. In groppa a questo animale stava Chivington in
persona, che avevo visto a Denver. In verità ci eravamo scambiata
una stretta di mano, e la mano mia rimase intorpidita
per tutto il pomeriggio. Dio quanto era grosso, e la maggior
parte del suo spessore era nel petto, anche se la testa, da sola,
era più grossa dell'intero corpo di Gus.
Si accorse che lo guardavamo, e stava in groppa come una
statua e poi ci salutò col suo manone da macellaio e con la
sua voce tonante di predicatore gridò: «Ah, li abbiamo castigati,
quei diavoli!».
Così i soldati andarono avanti, verso occidente e noi nella
direzione opposta, e mi pare che passata appena un'ora dall'incontro,
dopo aver guadato un ruscello e affrontato la sponda
contrapposta, con me che tenevo Gus al finestrino a guardare
le gocce d'acqua sollevate dalla ruota posteriore, sentii Olga
fare un gemito, mi volsi, vidi sbiancarsi il suo viso roseo e abbuiarsi
i suoi occhi celesti.
Allora guardai avanti, dove erano comparsi, sulle alture,
una cinquantina di uomini a cavallo: indiani e non occorreva
che qualcuno mi dicesse che erano Cheyenne. Il piccolo Gus li
vide un istante dopo e cominciò a ciangottare felice, battendo
le manine, e mentre lo passavo in braccio alla sua mamma,
quelli ci vennero incontro al galoppo.
Bene, eravamo appena arrivati in cima alla sponda, imboccando
la prateria, e cominciando a correre nel chiaro pomeriggio
invernale, con l'aria fresca che irrompeva dalle tendine.
Io tirai fuori la pistola, ma la distanza era ancora troppa.
Quell'idiota che doveva fare la scorta a cassetta, se la fece subito
addosso e cominciò a scaricare lo schioppo senza scopo alcuno,
perché l'indiano più vicino non era a meno di un quarto
di miglio, e quando finalmente furono a distanza di tiro, quello
aveva già esaurito le munizioni.
Ora, per ciò che riguarda le armi da fuoco, soltanto per
caso uno può colpire un bersaglio, con il fucile o con la rivoltella,
da una diligenza in moto, perché non soltanto lui è sballottato,
ma anche il suo bersaglio. Per farsi un'idea della situazione
immagina di tirare un pisello contro una cavalletta che
salta, mentre tu stai correndo a grande velocità. Unico vantaggio,
che agli indiani era altrettanto difficile colpire qualcuno
sulla diligenza. Finché si continuasse a correre, la giornata
non era persa. I nostri cavalli non erano freschi, ma d'altro
canto ciò significava che la prossima stazione, quella dove li
avremmo cambiati, non distava più di cinque o sei miglia.
Ma io non avevo tenuto conto dei nostri compagni di
viaggio. Ce n'erano tre: un chiacchierone d'un commesso
viaggiatore che era salito a Colorado City, e per tutto il viaggio
aveva cercato di vendere qualcosa a qualcuno. Aveva un
baule ben sigillato, ma sulle ginocchia teneva una cassetta, ed
era incredibile la quantità di roba che riusciva a tirarne fuori.
Poi c'era un robusto agricoltore sulla cinquantina, che di continuo
cercava di avviare la conversazione sulla vittoria di
Chivington e «se davvero tale vittoria era stata utile nei confronti
del problema indiano». E finalmente, un passeggero dall'aria
assai volgare, all'ultima posta, era salito senza dire una parola
a nessuno, e spingendo il commesso viaggiatore fuori dell'angolo
destro in fondo, ci si era accomodato e spostò il calcio
della pistola alla cintura in modo da poterla tirare fuori prima
che qualcuno avesse osato fiatare nella sua direzione. Ti assicuro
che non avrei mai sopportato che un simile figlio di puttana
mi trattasse in quel modo, ma lui non fece niente, e non
feci niente neanche io, perché non ero imparentato con il
commesso viaggiatore.
Ma ora ci attaccavano, e io fui lieto per la presenza di
quell'uomo. Pensando alla guardia terrorizzata a cassetta e al
commesso, che non aveva armi, e a quel contadino, che si
chiamava Perch, il quale aveva proposto di fermarci e di comperare
i Cheyenne - infatti risultava che avesse comprato
della terra dagli Osage amici, e su questa base era convinto
che ogni indiano avesse un prezzo - considerata insomma
una simile compagnia, subito mi diventò simpatico l'altro uomo,
che qui voglio chiamare Black per il colore dei suoi baffoni,
perché il suo nome vero non lo seppi mai. Era un uomo
veramente freddo, piazzato lì a guardare avanti, senza mai
guardare indietro i nostri inseguitori, ma il calcio della pistola,
lustrato dall'uso, sporgeva, pronto all'occorrenza.
E proprio questa parve l'occorrenza, più presto che non
avessi immaginato. Corremmo per un miglio circa nella prateria,
ma poi i cavalli dei Cheyenne cominciarono rapidamente
a guadagnare terreno. Io guardavo indietro, sul sedile a sinistra
nella diligenza, e quando l'indiano in testa fu a cento passi,
mi sporsi e gli sparai, perché mentre era stato inutile sprecare
pallottole come aveva fatto quello a cassetta, adesso, che
la distanza era scemata, risultava saggio fargli sapere chi eravamo
noi.
Non sfiorai neanche quel guerriero, che però fece una giravolta
e si accostò all'altro lato della diligenza. Dico a Black:
«Provaci ora, amico». Ma lui non diede risposta, solo guardava
avanti, con quella faccia cattiva. E io pensavo, se ne
usciamo ti sistemo io, amico, ma adesso non c'era tempo per
roba simile, e allora lascio perdere, e in ogni modo il commesso
mi tira la manica.
Dice: «Ho una mistura di olio e solvente che tira fuori il
melcio da qualsiasi canna». Estrae una boccetta dalla sua cassettina
e mi dice sotto, che ne prenda un campione gratis, e
che volendo mi avrebbe fatto prezzo buono, per una pinta.
Capisci quanto mi furono utili i miei compagni. Gli strappai
la bottiglia di mano, e saltò il tappo, versando il contenuto
sugli stivali di Perch, e io ti giuro che immediatamente gli
rosicchiò l'alluce, essendo io credo acido puro, e lui dovette subito
tirar via lo stivale sinistro e buttarlo dal finestrino.
Be', amico mio, tu non lo sai, ma quando gli indiani trovarono
quello stivale, due si fermarono e scesero a esaminarlo.
Mi venne un'idea, così mi arrampicai fuori, con un piede nel
finestrino, che non è facile quando una diligenza sta correndo
fra gli scossoni e sbatte fuori la gente. Il postiglione non ebbe
tempo di aprire bocca, e l'uomo di scorta mi puntò la pistola
non appena sporsi la testa sopra il tetto della vettura, e mi
avrebbe, immagino, sfasciato la faccia, se non avesse di già finito
i colpi. Mi prese per un indiano.
Ci volle del bello e del buono a farmi sentire sopra i suoi
urli isterici e sopra il vento, ma alla fine gli feci capire che intenzioni
avevo, e lui si tirò indietro fin dove era legato il bagaglio,
l'aprì pezzo per pezzo e cominciò a buttar fuori vesti e
roba del genere. Nel baule dell'ambulante era la maggior varietà
: giacche e vesti e colletti, pezze di stoffa che al vento facevano
festone e una andò a colpire un indiano e gli rimase
sopra, e lui se l'avvolse addosso galoppando, ma poi non ebbe
la forza di resistere e si fermò per tirar fuori lo specchio. Perché
nel baule c'erano anche degli specchi, ma andarono in briciole
nel colpire il suolo e lo stesso successe alle bottiglie di
lozione per capelli, ma i piatti di stagno non si ruppero, e
quando un Cheyenne voleva prenderne uno si chinava a raccoglierlo,
ma questo era niente al confronto di quello che succedeva
ogni volta che salpava un cappellino da signora. Proprio
questi, e il contenuto del successivo fagotto, misero fine
al nostro inseguimento. L'ultima cosa che vidi, prima che la
diligenza sprofondasse in una bassura, fu due Cheyenne che si
bisticciavano le mutande smerlettate di Olga, tirandosele da
un cavallo all'altro, e cinque o sei avevano agguantato i cappelli,
che erano tutti adorni di pelliccia e di seta.
Poi si staccò una ruota dalla vettura e noi arammo duecento
passi di prateria prima che si riuscisse a fermare gli animali,
perché erano stanchi ma spaventati, e non appena il
conducente li ebbe staccati, se la filarono via con briglie e
tutto.
Ebbi con il conducente qualche parola, a discutere se dovessimo
restare lì, su un argine sopra il fiume, perché il fondo
era troppo molle per sostenere una vettura. Al di là dell'Arkansas,
assai magro in inverno e coperto da una sottile crosta
di ghiaccio, sorge una fila di colline sabbiose dove si poteva
resistere fino a che il ritardo della corriera si facesse avvertire
e venissero truppe da Forte Larned, anche se ci sarebbe voluto
del tempo, perché allora nessuno si preoccupava se una diligenza
portava ritardo di un giorno intero.
Una cosa era certa: i Cheyenne non potevano lasciarsi distrarre
in eterno da quei loro oggetti. Prima o poi sarebbero
arrivati, anche se, trovandoci noi in una bassura sottostante a
loro, per adesso non si erano accorti del nostro incidente.
Nessuno ebbe danni in questo naufragio, perché la diligenza
non ribaltò, e magari quel po' di sconquasso fece del
bene al nostro gruppo, per lo meno a Perch e al commesso, li
ricondusse, per così dire, alla realtà. E persino Olga pareva
meno preoccupata ora che quando era parso che scampassimo.
Tutti uscirono e io avevo già parlato con il conducente, quando
notai che Black non era uscito dalla diligenza, allora guardai
dentro, e lui era ancora lì nel suo angolo, con gli occhi fissi
avanti in quella brutta faccia, solo che gli occhi erano appannati
come una pozza fangosa. Gli passai la mano davanti
agli occhi, senza risultato, e gli tolsi la pistola e gli levai di tasca
le munizioni e frugai un poco fra le sue carte ma non avevo
molto tempo da perdere e non trovai nulla.
Direi che fosse morto d'un attacco di cuore qualche tempo
prima, se per paura nessuno può dirlo, e per il momento non
ne feci parola agli altri, perché dovevamo guadare l'Arkansas,
bagnarci i piedi nell'acqua fredda, senza poi modo di asciugarceli,
perché non osavamo accendere il fuoco e poi, una volta
scoperti, saremmo stati affaccendati in tutt'altre faccende. Poco
dopo aver raggiunto le colline sabbiose della riva meridionale
vedemmo i Cheyenne spiccare sull'argine e calarsi sulla diligenza
abbandonata, che essi immaginavano ancora occupata, e
giravano intorno urlando, e poi scesero e tirarono fuori il cadavere
di Black, lo spogliarono, gli misero un laccio al collo e
lo trascinarono per la prateria legato a un cavallo fino a che il
cadavere si squartò. Ma a lui ormai, dico io, non poteva importare
più nulla.
Parecchi di loro indossavano indumenti femminili: cappellini,
come già ho detto, corpetti, e il guerriero che alla fine
aveva vinto le mutande di Olga, le aveva strappate in due e
ciascun gambale gli serviva da manica. I piatti di stagno li
avevano bucati coi coltelli e dai buchi avevan fatto passare nastri
rossi, legandoli poi sui loro animali perché facessero chiasso.
Non tutte le bottiglie di tonico per i capelli erano scoppiate,
infatti vidi certi indiani che se le bevevano, e chiesi al commesso
quale ne fosse il contenuto. Siccome ormai non le poteva
più vendere, per una volta mi disse la verità: nient'altro
che acqua colorata, e io dissi grazie a Dio.
Poi videro la nostra traccia sul fiume. Noi avevamo organizzato
una linea difensiva lungo la più alta fra le colline sabbiose,
con Olga, Gus, e il commesso, che era inerme più che
pauroso, dietro la linea. Il conducente aveva una carabina e
per fortuna la scorta portava due rivoltelle, oltre a quell'inutile
schioppo scarico. Diedi a Perch la mia Remington tascabile
e usai la grossa Colt presa a Black. I Cheyenne possedevano
soltanto un paio di fucili, probabilmente in cattive condizioni.
Se organizzavamo le nostre scariche nella maniera più efficace,
a distanza superiore al trarre d'un arco, forse saremmo riusciti
a dissuadere gli Esseri Umani.
Diedi dunque a ogni uomo un bersaglio specifico fra i cavalieri
più avanzati, mentre i cavalli battevano il fiume gelato,
fermandosi ansiosi per non tagliarsi gli zoccoli, poi quando il
ghiaccio fu finito e i cavalli presero al galoppo, facemmo
fuoco.
Non conoscevo bene la mia arma, perciò sparai troppo alto,
tagliando la punta della piuma bianca del copricapo di un
guerriero. Ma con la mia pistoletta e per pura fortuna, Perch
prese un cavallo nel ginocchio, smozzicandogli, senza tuttavia
rompergli, l'osso, ma il cavaliere crollò di sella e per evitarlo
due altri guerrieri si urtarono, e il nostro postiglione spezzò
l'arco in mano a un altro, che lo lasciò cadere come se fosse
rovente.
Tanto bastava ad arrestare quell'ala della carica, e ad abbassare
il morale, ma c'erano due indiani fuor della nostra
portata. Il nostro postiglione stava ricaricando l'unica nostra
arma a lunga gittata, la scorta sparava secondo il suo solito all'impazzata
e Perch non ebbe maggiore fortuna.
Due volte sbagliai netto, mentre quelli, tenendosi affiancati,
uno su di un pezzato al galoppo e l'altro su un morello che
sollevava acqua nel traversare l'Arkansas, ora distanti un settanta
passi, venivano avanti forte. Avevo la pancia sulla sabbia,
e anche il mento, e qualche grano mi era finito in bocca e mi
faceva male sotto la lingua. L'indiano sul pezzato intonò il
canto di vittoria, e io naturalmente lo capivo e avevo una
sensazione strana, sapendo che costui, preso dalla frenesia
cheyenne, si sarebbe fermato solo se fosse stato ammazzato.
Quaranta passi, e adesso il mio bersaglio era uscito dall'acqua
e guidava l'animale su per la riva sabbiosa. Lo mancai
con la mia ultima sparata, ma intanto il postiglione aveva caricato
la carabina e con quella colpì il Cheyenne esattamente
alla vita: colpo ben messo, difficile, anche a così poca distanza,
e quello precipitò oltre la coda del cavallo con grande
ondeggiare dei nastri del cappello da signora che si era messo
in testa, ma che io sin'allora non avevo notato, quasi ricadendo
nel fiume, e il cappellino gli cadde, e gli cadde di bocca il
canto vittorioso, che non risorse più, pur essendo egli ancora
vivo al crepuscolo quando il silenzio fu tale da poter sentire il
suo fiato ansante.
Non rammento che cosa successe all'altro: forse se ne
fuggì, perché la sua magia non aveva funzionato. Ci furono
altre due cariche prima del crepuscolo, a cui partecipò tutto il
branco.
Non è la più bella fra le esperienze starsene disteso
sulla sabbia fredda con cinquanta Cheyenne urlanti che ti si
avventano contro. Ma li respingemmo, ferendone alcuni, anche
se la seconda volta, prima di ritirarsi, colpirono Perch a
una spalla, con una freccia.
Al cadere del sole gli indiani si misero sulla riva opposta,
senza più urlare e senza agitare lance; gli aspetti dello scontro
cominciavano a seccarli, per quella giornata. Ormai poteva
bastare, avrebbero ricominciato la mattina dopo. Intanto se ne
stavano a guardarci da oltre il fiume e poi, quando svanì la
luce, accesero fuochi, perché faceva già freddo e più doveva
venirne. Tutti si avvilupparono nelle coperte, tirarono fuori
carne secca e cominciarono a mangiarla.
Dall'altra parte restammo noi, mentre crescevano le tenebre.
Si levò il vento. Faceva troppo freddo perché nevicasse. A
Perch avevamo medicato la ferita, e aveva un piede gelato
perché era stato costretto a togliersi uno stivale per guadare
il fiume. Capii che avrebbe perso la zampa, ma al momento
non accettò una rapida operazione chirurgica, sostenendo che il
dolore era equiparato a quello che provava alla spalla. Era un
vecchiaccio più duro di quel che io avevo pensato.
Il conducente aveva portato una grossa borraccia, così c'era
acqua a sufficienza per tutta la notte almeno. Ma niente da
mangiare. E neanche si poteva accendere il fuoco in quelle
nude dune di sabbia. In ogni modo ciascuno indossava panni
d'inverno, pesanti, ed eravamo protetti dal vento per via del
terreno basso, dove tutti entrammo dopo che il buio fu diventato
impenetrabile, facendo a turno a stare di sentinella.
Ho già detto che Olga si calmò non appena la ruota uscì
dalla carrozza e la nostra situazione divenne critica. Così continuò,
e fasciò la spalla di Perch con brandelli della sua biancheria,
e cercò anche di far scorrere il sangue nel piede gelato.
E la scorta, un tipo nervoso, magro, con il naso lungo che sparava
a casaccio e fra una carica e l'altra s'agitava, sniffiava, si
grattava come se avesse i pidocchi, ebbene, quando fummo sul
terreno basso, Olga andò ad asciugargli la fronte che nonostante
il freddo sudava, e allora lui dice Dio la benedica, signorina,
e subito si addormentò come un bambino.
Voglio dire insomma che era una buona donna, e anche
utile. E il piccolo Gus, quando i colpi esplosero per la prima
volta, facendolo tanto felice, voleva sparare anche lui e per
far questo, a quattro zampe filò verso la riva, ma lo trattenne
Olga. Poi non si interessò più del conflitto e si mise a giocare
da solo, a fare certi suoi disegni strambi nella sabbia. Ero fiero
di lui e di lei, ma anche preoccupato e conclusi che per salvargli
la vita ero pronto a tutto.
Intendevo andare a Larned, un viaggio di circa quaranta
miglia, ed entro le prime dieci miglia c'era una stazione di posta
dove, se gli indiani non l'avevano fatta fuori, avrei trovato
un cavallo. Avrei dovuto essere di ritorno con i soldati al tramonto
del giorno dopo. Certamente la nostra gente poteva resistere
tanto.
Gli altri ne convennero, anche se il commesso, piccolo e
paffuto, voleva invece proseguire, ma io sapevo di avere maggiore
esperienza in queste faccende e la spuntai.
Strinsi la mano a tutti e poi diedi un bacio a Olga. Il piccolo
Gus dormiva nelle sue braccia, e io non volli svegliarlo, e
allora mi limitai a sfiorargli con le labbra le dolci guance e
partii nel buio completo, guadando il fiume verso la riva settentrionale,
un miglio a valle e poi filando verso la stazione di
posta. Lì tutto era in ordine, solo che arrivandoci in piena notte
per poco non mi spararono addosso. Cerano soltanto tre
persone, che non potevano bastare a respingere cinquanta
Cheyenne e comunque uno era ubriaco fradicio e gli altri ebbero
una paura tale nell'apprendere che il nemico era vicino,
che corsero a buttarsi in una fossa e si tirarono addosso le zolle,
ma comunque mi diedero un cavallo, quasi lo ammazzai
nel galoppare al forte, raccontai la mia storia all'ufficiale comandante,
il quale mise in sella, senza troppo indugio, una colonna,
io ebbi una monta fresca e ce ne tornammo. Bel divertimento,
direi, per l'esercito.
Mancava un'ora al tramonto quando fummo sul ciglio di
una collina che mi consentì, grazie a un binocolo avuto in
prestito, di vedere la nostra diligenza abbandonata. I Cheyenne
non erano più lì attorno. Né riuscivo a vederne sulle colline
di sabbia, ma di certo erano appiattati laggiù, perché alla
nostra distanza non avrebbero potuto crederci altri indiani.
Ecco quello che continuavo a dire a me stesso, mentre ci si
avvicinava al trotto, e poi ruppi al galoppo verso l'opposta riva,
frustando la stanca cavalcatura sul fondo molle che aveva
cambiato colore alla luce del sole, e poi nell'acqua, e mentre
la bestia ansava esausta raggiungendo l'opposta riva, saltai giù
di sella e corsi urlando su per la riva.
Incontrai per primo il commesso. Una fila di formiche gli
aveva di già raggiunto gli occhi, eppure non poteva essere
morto che da poche ore. Aveva in corpo tre frecce, e la sua testa
era spoglia e sanguinante. In situazione analoga, lì vicino,
giaceva il conducente, che aveva anche perso la mano destra:
era un buon tiratore, e i Cheyenne avevano voluto dargli questo
riconoscimento.
La scorta era conciata male, Perch invece no, perché la
spalla bendata e il piede congelato erano, come trofei, guasti e
anche spelati.
Non so come, li avevano sopraffatti. Può darsi che, fatto
fuori il conducente, gli altri finissero in quel modo. Non lo so.
Ero piuttosto intontito, mentre scendevo laggiù, ma non trovai
né Olga né il piccolo Gus. Né lì né da nessuna parte. I
Cheyenne si erano portata via la mia famiglia.


CAPITOLO 15.
UNION PACIFIC.

Non voglio dirti nei particolari la marcia disperata che facemmo
il giorno dopo, perché secondo la loro usanza i
Cheyenne si divisero in tanti gruppetti e non c'era modo di sapere
in quale di essi fossero Olga e Gus. Meglio così, perché
se ci fossimo avvicinati troppo a quegli indiani, probabilmente
avrebbero ucciso mia moglie e mio figlio, per puro spregio.
Stando così le cose, avrebbero potuto anche chiedercene il
riscatto, qualche tempo dopo. Di questo ero abbastanza sicuro,
anche se non si può giurare che un selvaggio abbia sempre in
mente il proprio interesse pratico. Una sconfitta in uno scontro
con i bianchi, oppure l'ubriachezza d'un guerriero... Be',
non c'era avvenire a far previsioni di questo tipo, e sicché io
non sapevo che altro fare.
Per il momento pensavo solo questo: quei bastardi han
preso mia moglie e mio figlio. Avrei potuto far presente la cosa
a Pellevecchia, che però era sul Fiume della Polvere.
Naturalmente ora capisco che lui e la sua banda sarebbero
stati il mezzo migliore per rintracciare il sito della mia
famiglia e riscattarla. Ma avrei dovuto trovare quel capo senza prima
farmi uccidere, perché non si può telegrafare a un indiano,
e neanche scrivergli una lettera. Insomma, non ci provai neanche.
Tornai a Forte Larned coi soldati, e mi feci assumere come
guida per qualche tempo, ma non succedeva più nulla lungo
l'Arkansas. L'attacco alla nostra diligenza era stato un fatto
isolato. L'azione vera era avvenuta lungo il Platte, dove i
Cheyenne avevano fumato la pipa di guerra con i Sioux e gli
Arapaho, e tutti assieme, con una forza di un migliaio di guerrieri,
avevano attaccato la città di Julesburg ai primi di gennaio,
saccheggiandovi le provviste. Per un mese terrorizzarono
il Platte meridionale, distruggendo fattorie e stazioni di posta,
stracciando i fili del telegrafo e catturando carri. Poi, in febbraio,
attaccarono di nuovo Julesburg, e dopo averla ancora
saccheggiata, la diedero alle fiamme.
A primavera il nemico si spostò verso nord, sui Monti Neri,
e poi sul Fiume della Polvere. L'esercito ci andò in estate e
fu più o meno battuto in una serie di scontri, e poi incappò in
una tempesta di primo autunno che ammazzò la maggior parte
delle bestie, poi tornarono indietro, cenciosi e scalzi, e ce la
fecero soltanto perché Frank North e le sue guide Pawnee li
trovarono e li guidarono. L'anno dopo i Sioux e i Cheyenne
cacciarono il colonnello Carrington dal territorio settentrionale
e costrinsero l'esercito ad abbandonare i forti che aveva costruito
per proteggere la via delle miniere d'oro del Montana.
Contro stomaco io ammetto a questo punto che, invece di
cercare sul serio Olga e il piccolo Gus, diventai un ubriacone.
E duro doverlo confessare, e non l'ho mai fatto prima d'ora,
ma è vero. Mi lasciai andare. Ormai ero conciato a tutto, e
questa è un'abitudine che può segnare un uomo. Pattugliammo
l'Arkansas per qualche mese, non trovammo il nemico, e
io ne fui sollevato, perché pensavo che la mia famiglia sarebbe
stata più sicura se gli indiani che l'avevano presa continuavano
a sfuggire all'esercito, o a batterlo. Forse, calmate le cose,
avrei trovato qualcosa da barattare, come coperte, perline
eccetera, fare il giro delle diverse tribù in veste di mercante e
così trovare Olga.
Ma intanto bevevo, e più bevevo, meno mi sembrava di
poter approvare gli indiani in generale e i Cheyenne in particolare.
Non voglio insistere, in fondo era l'evoluzione dei sentimenti
che avevo provato a Denver. Dirò soltanto che adesso
non mi sembrava più stupido sentir qualcuno affermare che
bisognava sterminarli tutti. Per quanto ne so io, forse ero proprio
quello che urlava a squarciagola tale sentimento, perché
sempre sentivo quel grido quando ero vicino al fondo della
brocca, e a volte mi ritrovavo solo, seduto contro la palizzata
del forte.
Sarebbe meglio non parlarne, e raccontare invece i miei
viaggi durante il '65, perché quando non ero ubriaco subivo
gli effetti del doposbornia, che sono anche peggio. Me ne andai
verso oriente, e finita la guerra stava sorgendo il Kansas, e
c'erano fattorie e persino città dove un tempo dominava il bufalo,
e le carovane di carri andavano naso contro culo, e dovunque
si trovano uomini bianchi, là si trova il whiskey.
Ora io non avevo soldi da spendere in un locale pubblico,
e non ero in condizione di rendermi utile al campo, come cacciatore,
per esempio, perché non avevo fucile e se anche l'avessi
avuto, mi mancava la fermezza della mano. Potevo riuscire
a farmi dare un bicchierino o due per puro spirito di
ospitalità, ma non sarei riuscito a consumare il volume di alcool
che ormai mi necessitava senza una qualche forma di ricompensa
a chi me lo versava.
Questo spiega come e perché mi feci buffone. Voglio dire
che mi presentavo a un carro, durante la sosta per la sera, oppure
a una fattoria e dicevo: «Vi andrebbe un poco di spettacolo?
Pagatemi e ci penso io».
A quei tempi la gente aveva voglia di vedere qualcosa, e
sempre qualcuno accettava, e io incassavo abbastanza quattrini
da calmare il tremito che mi percorreva tutto ogni volta che
ero vuoto, e allora davo spettacolo di me stesso. Cantavo e
ballavo, e il bere me ne dava la forza, perché non avevo
alcuna disposizione naturale in questo senso, perché ero rozzo come
temperamento nativo, e poi l'acquavite mi arrochiva il palato,
e immagino che somigliavo molto a un corvo il quale dia
al suo branco l'annuncio che ha avvistato una ghiotta carogna
che sta lì a marcire nella prateria.
Una delle canzoni che gracchiavo l'avevo imparata a Santa
Fe, ed era la storia di un muletto, e io rammento a fatica di
averla cantata una volta in un locale a Omaha, nel Nebraska,
e certi giovanotti erano mulattieri, e quelli riuscirono a farmi
una specie di sella e me la misero in groppa e io giravo a
quattro zampe sul pavimento mentre loro mi spronavano il
sedere e poi un tipo singolarmente cattivo tirò fuori la frusta e
io credo che fosse pronto a levarmi la pelle, se non fosse intervenuto
un altro a dire: «La pelle io la levo a te».
«Provaci» dice l'altro.
Io ero caduto per terra e li stavo guardando con gli occhi
iniettati di sangue: prenderne o no, non m'importava molto.
A questo punto non rammentavo nemmeno come fossi giunto
a Omaha, o perché. Dico questo perché se qualcuno meritava
di prenderne, quello ero io.
«E allora va bene, culonero, palle di bufalo, tu che bevi il
piscio, ora io ti faccio sputare i denti, a pedate» dice il mio
salvatore, e proprio questo fece, con una gran pedata da sudest
a nordovest, cogliendo l'uomo della frusta proprio dove era la
sua gran bocca, e sputò gli incisivi che gli cascarono di bocca
come una manciata di granturco, in mezzo a un torrente di
sangue.
Gli amici lo portarono subito fuori, e tutti gli altri fischiavano
e urlavano: «Accidenti, ma sei quello peloso, la meraviglia
con due tette» ecc. Parole che per me non significavano
niente. Poi il vincitore di questa breve scenetta si china su di
me, mi sgancia la sella, mi solleva come un bambino, mi issa
in spalla come se fossi una coperta ripiegata, e mi porta fuori.
Quando mi ripresi m'accorsi che mi avevano buttato in un
abbeveratoio da cavalli, e ogni volta che tentavo di uscirne
una mano enorme mi spingeva la testa nell'acqua. Allora io
pensai: va bene, ora affogo se è questo che vuoi, perché ormai
non avevo più una volontà mia. Ma quando ormai fui pronto
a riempirmi i polmoni con l'acqua schifosa, a un tratto ne fui
tirato fuori dal mio stesso persecutore. Presi un paio di botte
sul groppone, fui di nuovo issato in spalla, trasportato su per
una scala stretta, poi in una stanza, e buttato su di un letto di
ottone.
Allora per la prima volta diedi un'occhiata vera allo sconosciuto,
perché si tolse il cappello e la lunga chioma rossa
venne giù. Solo che non era un uomo, era una donna. E venne
a sedersi sul letto.
E dice: «Non so perché l'ho fatto, piccolino, ma mi piaci
proprio tanto. Ti ho visto a quattro zampe sul pavimento e
non mi sono retta. Tesoro, stravedo per te, per quanto tu sia
una specie di puzzola, e ti vorrò bene. Sei il mio ometto» e
così via.
Io dico: «Ferma, Caroline. Non riconosci tuo fratello
Jack?». Dovetti ripeterlo diverse volte, perché la mia voce
era debole, prima di riuscire a farle effetto.
Ma alla fine spalancò la bocca e per poco non perse la cicca
di tabacco che stava masticando e poi disse: «Oh Dio
mio». Poi: «Figlio di puttana!». E quindi qualche altra parolaccia,
perché poche persone sapevano parlar male come mia
sorella.
Ma alla fine si mette a piangere e mi bacia e mi stringe, e
porta un poco d'acqua in una catinella di stagno, e mi lava la
faccia sporca e finalmente mi riconosce davvero e ricomincia
daccapo.
Be', ero contento di vedere la vecchia Caroline e anche
più contento di avere qualcuno che si prendesse cura di me,
ma dopo quei mesi di dissolutezza e di vergogna non avevo
molta energia e la mia mente era debole, sicché mi addormentai
subito.
Il giorno dopo mi sentivo veramente malissimo e mi ci
voleva del whiskey solo per tenermi in vita, ma Caroline
non me lo permise, anzi mi tenne tuffato in una vasca che
aveva lì in casa. Mi ci tenne tutto il giorno e tutto l'indomani,
versandomi addosso altra acqua calda ogni volta che la
vasca diventava sopportabile per la mia pelle, e quando finalmente
io emersi da questa specie di cura, forse io avevo sudato
anche il veleno, ma il veleno s'era portato dietro anche tutto
il liquido che avevo in corpo e mi sentivo le gambe di gomma,
come un puledro appena nato.
Caroline non era molto cambiata. I tratti del viso erano
alquanto più rozzi, e masticava tabacco di continuo, che certo
non giovava ai suoi denti; e se anche si lavava con la regolarità
della maggior parte delle ragazze, in sua presenza si avvertiva
subito l'odore del mulo, perché per vivere faceva proprio
questo: guidava un attacco, da Omaha fino alla ferrovia
Union Pacific, allora in costruzione lungo il fiume Platte.
Mentre io ero ancor debole, mi raccontò la storia delle sue
frapposte esperienze, dal tempo in cui abbandonò il tepee di
Pellevecchia fino a quel giorno. Una storia, immagino, variata
e caratterizzata da parecchi alti e bassi, perché io credo che tu
non sia in errore quando immagini che Caroline era una ragazza
romantica, e quindi disillusa a ogni disavventura.
Era stata fin nell'estremo occidente, addirittura a San
Francisco. Lì aveva tentato di arruolarsi su una nave come
marinaio, ma la ciurma fu più svelta dei Cheyenne a scoprire
il suo genere, e la buttarono a mare. Io non so perché Caroline
non riusciva a farsi entrare nella testaccia che il modo di attirare
gli uomini non consiste nel fare quello che fanno loro,
ma anzi... no, lo so: credeva di essere brutta, ecco il perché.
Solo che brutta non era. Non era affatto una bellezza, ma
neanche era da buttar via, era solo un po' forte di lineamenti.
Insomma, aveva avuto un'idea migliore quando, all'inizio
della Guerra Civile, se ne andò verso oriente e si mise a curare
i feriti, cosa per la quale dev'essere stata bravissima, con le sue
qualità muscolari e la sua resistenza aggiunte alla natura femminile
sottostante. Certo che le piacevano gli uomini, a Caroline,
su questo non ci sono dubbi; anzi, i suoi guai vanno ricondotti
al fervore del suo gusto. A suo tempo si innamorò di
un uomo conosciuto in un ospedale militare vicino a Washington,
D.C., e questo ti dimostra che lungo viaggio aveva fatto
verso oriente. Non era un ferito, era un infermiere che lavorava
al suo fianco, un uomo davvero colto, che arrivò a scrivere
poesie, nel tempo libero. Secondo Caroline, era timido, ma lei
stava certa che ricambiasse il suo amore, perché le diede alcuni
suoi scritti che eran colmi di passione ardente e se anche
non si decise mai a dirglielo chiaro e tondo, Caroline era certa
che quei versi erano per lei, e insieme lavavano e fasciavano
quei poveracci, e la sofferenza stessa che vedevano attorno cementava
l'affetto reciproco eccetera.
Non mi pare necessario ripetere tutta quanta la storia,
l'importante è che questo tale, quando capì che Caroline aveva
per lui troppa simpatia, le confessò di essere innamorato di
un tamburino dai capelli ricciuti che aveva preso un proiettile
in una spalla. A questa mia sorella non era mai venuto in
mente di chiedersi perché un giovanottone di buona salute come
quello s'offrisse volontario a vuotare pappagalli, mentre
avrebbe potuto andare al fronte e battersi. Rammento il nome
di questo individuo, ma non voglio dirtelo, perché in seguito
si fece una certa fama per i suoi versi possenti - me lo dissero
certi amici - e non vorrei guastare il piacere che certi lettori
provano leggendoli, ammesso che qualcuno continui a
leggerli.
In quanto a Caroline, riportò verso occidente il suo cuore
infranto e si mise a fare la mulattiera. Non le dava alcun imbarazzo
avermi preso per un possibile futuro amante, essendosi
ormai avvezzata, in questa zona, ai suoi vari guai. Secondo
me aveva capito che per lei il solo modo di farsi un uomo era
portarselo via, come aveva fatto con me.
Le chiesi se durante i suoi viaggi aveva mai incontrato
qualcun altro della nostra famiglia.
«No, mai» dice, posandosi uno stivale sul ginocchio e
sputando uno schizzo di sugo di tabacco nella sputacchiera che
le aveva fornito la padrona di casa. «Però ho saputo da un
soldato, all'ospedale, che aveva avuto per compagno d'armi un
tale Bill Crabb, il quale morì poi da eroe a Fredericksburg, e
credo che quello fosse proprio il nostro fratellino, pace all'anima
sua.»
Secondo me niente di più improbabile che Bill fosse tanto
cambiato da come era nel '58, ma non glielo dissi. E poi, al
momento, non ero in condizione di giudicare un altro uomo.
Poi subito dopo Caroline mi disse: «Parlami di te, Jack,
e di com'è che sei finito male».
Era proprio un bell'acchito. Così le raccontai la mia storia,
e bisogna pur dirlo, Caroline non aveva mai badato molto a
me, da ragazzino, e anzi mi aveva piantato in mezzo agli indiani,
ma adesso capiva che nel frattempo io avevo compiuto
alcune cosette che meritavano la sua attenzione e lo riconosceva
tranquillamente. Ed è strano che pur confondendo balordamente
la storia sua, fu proprio il suo atteggiamento verso le
mie disgrazie che mi tirò fuori dalla disperazione in cui ero caduto.
Infatti, quando le parlai della cattura di Olga e del piccolo
Gus, lei dice, spietata: «Sarà meglio che tu te li scordi,
Jack. È sicuro che li hanno ammazzati, e da parecchio».
«Non dire queste cose, Caroline.»
«Ma io stavo dicendo solo quel che mi pare tu abbia già
concluso da solo, caro Jack» dice mia sorella, usando ancora
una volta la sputacchiera. «Dovresti sapere come sono fatti
gli indiani, se ci sei vissuto insieme tutto il tempo che dici. E
poi immagino che tu non abbia dimenticato in che modo macellarono
il papà, e abusarono di me e della mamma. Un'esperienza
che non ho ancora dimenticata. Probabilmente a quell'epoca
tu eri troppo giovane per rammentare come ero attraente
da ragazza, prima che il pulzellaggio mi fosse brutalmente
rubato da quelle bestie sozze. Mi vengono ancora gli
incubi, su questo fatto.»
Credo che Caroline lo credesse sul serio, perché questa è
un'altra giustificazione dei suoi insuccessi in amore; proprio
come mio fratello Bill trasse dalla sua versione un motivo per
diventare quello che io avevo visto. Non credere che io sia
troppo severo con la mia famiglia, potrei aggiungere che non
erano i soli, a quei tempi, che giustificavano con il pretesto degli
indiani ogni genere di manchevolezza propria.
Ed io eccomi lì, nella stessa situazione. Mia moglie e mio
figlio catturati dai selvaggi, ed era molto possibile che li avessero
uccisi. Ma questa non era una scusa buona per rinunciare
alla mia virilità, e per quante disavventure possano capitarti, il
fallimento, quello autentico e assoluto, non c'è fino a quando
non viene davvero.
Eppure avevo perso le mie maniere autentiche durante
quegli anni di rispettabilità a Denver, ed era il carattere selvaggio
di quella mia esperienza sull'Arkansas che mi aveva
demolito.
«Ah, può anche darsi che non abbiano ucciso la tua donna»
continua Caroline. «Forse l'hanno soltanto...»
Strano come una persona della tua famiglia, persino quando
non ti è stata intima, può mettere il dito dove la piaga fa
più male. Ma in questo caso era anche più complicato: se ti
rammenti, io avevo sempre pensato che Caroline fosse delusa
dal fatto che gli indiani non le usarono violenza. Senza darlo
a vedere, era gelosa di Olga per diversi motivi: perché era
sposata, perché aveva avuto un bambino, perché verosimilmente
l'avevano violentata; tutto questo si aggiungeva alla
naturale disapprovazione che prova una sorella verso la donna
che le ha portato via il fratello.
Tutto questo fece cambiare l'atteggiamento di Caroline.
Smise la cura che aveva cominciato per rimettermi in sesto -
bagni, pane e acqua e così via - e portò una brocca di whiskey
e mi incoraggiò ad affogarci dentro i miei crucci.
Le andavo meglio come rottame, immagino. Mia sorella
aveva lo stesso tipo di gusti di quelli che si divertivano dinanzi
allo spettacolo della mia degradazione. I Cheyenne avrebbero
sofferto al vedere un membro della loro tribù andare a rotoli.
Avrebbero pensato che un fatto simile riflettesse discredito
su tutti gli Esseri Umani. Al contrario, un americano ama
moltissimo vedere un suo simile che non vale una cicca. E mia
sorella non faceva eccezione.
Ebbene, a me piace moltissimo disilludere la gente. Credo
che sarei morto a furia di bere se non avessi incontrato mia
sorella; e se avesse continuato a cercare di correggermi, la cosa
si sarebbe affrettata. Ma dal momento in cui dimostrò un
suo attivo interesse nell'assistere alla mia rovina, con l'idea di
starmi dietro sino alla fine dei miei giorni, a tirarmi via dai locali
pubblici, a picchiare i miei torturatori eccetera - da quel
momento in poi, non bevvi più. O almeno, non durante quel
periodo della mia storia.
Non voglio con questo dire che un istante dopo io mi alzai
e diventai un uomo normale. Mi ci vollero due settimane,
prima che riuscissi a camminare con un poco di forma, e un
paio di mesi prima di riprendere un lavoro degno di un uomo,
perché io non scherzo quando dico che avevo toccato il fondo.
Per parecchio tempo mi tremò la mano, se me la stringevo
forte con l'altra, e per ore e ore vedevo come se avessi la testa
sott'acqua. Fino ad autunno inoltrato mi parve che il sole abbacinasse
ancora.
Quest'ultima cosa mi viene in mente perché verso la fine
dell'estate mi trovai un lavoro. Lo stesso di Caroline, condurre
un attacco di muli, anche se lei fece l'impossibile per dissuadermi,
fino al punto di dire all'impresario che io ero un alcolizzato
irrecuperabile, e per questo lui mi sorvegliava da vicino
e io dovetti fare lavoro doppio, rispetto agli altri.
Fu un motivo solo quello per cui ebbi il lavoro: avevano
bisogno di tutti gli uomini possibili per la costruzione della
Union Pacific, che era rimasta sul forse per tanto tempo, prima
di cominciare nel '63, ma il primo ferro fu messo solo
nell'estate di cui sto parlando, cioè del '65, e a ottobre avevano
ultimato solamente dieci miglia. In ogni modo durante
quell'inverno si cominciarono a sentire gli effetti della fine
della guerra e i soldi del governo arrivavano, sì che nell'aprile
il capolinea era arrivato a North Bend e a luglio era a ottanta
o novanta miglia oltre, a Chapman.
Per i lavori pesanti impiegavano parecchi irlandesi emigrati
in America, ma c'erano anche numerosi veterani di guerra
a fare questo lavoro, e veramente nel '66 batterono un primato,
posando due o tre miglia di ferro al giorno, con quei
diavolacci tutti sudati che piantavano bulloni come se fossero
cimici in un tappeto, e gli altri che posavano le traverse, avanti,
e mettevano altro binario. E dietro di loro c'era una locomotiva,
che andava e rombava. Le faville mettevan fuoco a
quello che restava della prateria calpesta dal branco degli uomini,
e da parecchio tempo il bufalo se n'era andato altrove.
Al capolinea sorgevano botteghe, sotto una tenda, che si
spostavano insieme alla ferrovia, e offrivano da bere, da giocare,
da fornicare; c'erano trafficanti, mercanti e persino predicatori,
e soldati, e anche indiani amici che andavano a barattare
qualcosa e a offrire le loro donne, o soltanto a guardare, e se
tu non hai mai visto un indiano che sta a guardare ti sei perso
un vero fenomeno, perché è capace di stare a guardare un
giorno intero. Rammento un Pawnee che per ore studiò la ciminiera
di una locomotiva, e dopo un poco non potei fare a
meno di chiedergli, a segni, a che cosa secondo lui servisse.
Dice: «Prima ho pensato che fosse un grosso fucile per
cacciare gli uccelli, ma poi ho visto che gli uccelli li spaventava
quando ci volavano sopra. Poi ho pensato che fosse un
pentolone per cuocervi la minestra, ma poi ho visto gli uomini
bianchi che mangiavano in un altro posto. Orso Guerriero
ha guardato anche lui questa cosa e crede che serva a fare il
whiskey, perché ogni sera gli uomini bianchi sono ubriachi».
Poi tacque e pareva perplesso, e io pensai di dargli una
spiegazione, ma avevo appena cominciato quando lui dice:
«Mi dai un po' di tabacco?». Io gliene ritaglio un pezzetto,
lui lo prende, poi preme i tacchi nei fianchi scarni del cavallo
e galoppa via da dove era rimasto fermo tre o quattro ore.
Magari era questo che aveva in mente, sin dal principio.
Io e Caroline lavoravamo regolarmente con le varie squadre
che provvedevano alla posa dei binari, man mano che la
U.P. procedeva verso occidente. Gli impresari locali firmavano
un contratto per un miglio o due ed erano sempre pronti ad
assicurarsi carri e attacchi, perché dovevano lavorare prima
della posa dei binari, e i binari camminavano a velocità tale
che c'era sempre il pericolo di essere travolti dall'acciaio che
sopraggiungeva. Mi ha sempre sbalordito la velocità con cui
avanzavano i binari là 'dove una decina di anni prima io e la
mia famiglia eravamo passati stentando con i buoi.
Da principio Caroline e io eravamo conducenti, e si lavorava
per i proprietari dei muli, ma a Lone Tree, che vuol dire
albero solitario, comprammo muli e carro tutti per noi. Ci investimmo
tutti i guadagni fatti sin allora, e Caroline aveva
qualche quattrino nascosto in una calza vecchia, convinta che
quella fosse la sua dote, ove se ne desse il caso, ma il totale
non era sufficiente allo scopo, sicché dovemmo trovare un socio,
per arrivare alla somma necessaria. Questo tale si chiamava
Frank Delight. Non so dire se fosse nato così, ma andava
bene per queste cose. Possedeva due di quelle tende-del-piacere
che seguivano la ferrovia al servizio degli operai che posavano
i binari: una tenda fungeva da saloon, dove si beveva il
peggiore whiskey del mondo. Io non bevevo più, ma valutavo
la qualità della sua merce anche solo respirando forte quando
ci passavo davanti. L'altra tenda era un bordello iterante. L'una
e l'altra rendevano moltissimo grazie alla loro utilità. Prendi
un uomo che tutta la giornata ha posato binari, ebbene, la
sera non ha voglia di andar lontano in cerca del bere o dell'altra
faccenda.
Conoscemmo Frank perché Caroline aveva qualche amica
fra le sue donne, conosciute facendo il bucato giù al fiume.
Queste sgualdrine pensavano che fosse gran vergogna per una
donna lavorare così duro a condurre i muli, e cercavano di
convincere mia sorella a darsi alla loro professione, che si
esercita stando sdraiate. Dal canto suo Caroline faceva tutto il
possibile per ricondurre sulla buona strada queste puttane, e
siccome non ci riuscì mai, Frank non le volle male. Anzi, arrivò
a prenderla in simpatia e a offrirle da bere, per sentirla
poi fargli l'accusa di essere un ruffiano.
Quando seppe che poteva partecipare con noi all'acquisto
di un attacco di muli, Frank offrì il suo aiuto in cambio d'una
percentuale sui nostri guadagni, soprattutto per fare un favore
a Caroline, credo, anche se non perdeva occasione per beccarsi
un dollaro in più. Dopo Bolt e Ramirez non mi andavano
troppo giù i soci in affari, ma Frank non era poi male, e i soldi
li maneggiavo io.
Così per tutto il Sessantasei andammo avanti nel Nebraska,
rallentando un poco quando venne l'inverno, ma nell'aprile
del '67 il capolinea era a Paxton, che sta a non più di
cinquanta miglia dall'angolo più settentrionale del Colorado,
dove la linea ferroviaria doveva deviare verso sud per toccare
Julesburg in quel Territorio, e poi riprendere in direzione
nord e traversare il resto del Nebraska ed entrare nello Wyoming.
Fu allora, finito il freddo, che cominciammo a incontrare
Cheyenne e Sioux. Di notte ci rubavano gli animali e di giorno
tormentavano gli operai, venivano sempre in gruppi piccoli
pronti a colpire e a sparire, e facevano parecchio danno, ma
in realtà non riuscirono a rallentare mai l'avanzata di quei ferri
paralleli. Avrebbe potuto essere, ora che ci penso, molto
scoraggiante, per loro, tornare il giorno dopo e trovare la ferrovia
avanzata di tre miglia, e altre tre miglia il giorno dopo,
e poi ancora, fino a che il continente non fosse tagliato in due.
Naturalmente non vennero mai tutti quanti per un attacco in
forze, che avrebbe potuto avere un qualche effetto reale. D'altra
parte, se l'avessero fatto, io credo che l'esercito degli Stati
Uniti si sarebbe messo sul serio a sterminarli tutti, provocando
d'un sol colpo la rovina che adesso li aspettava in forma graduale.
Avevano perso il Colorado, e ora questa strana macchina
veniva rombando e fumando attraverso il Nebraska, lasciandosi
dietro una traccia permanente di ferro. Mi pare di
avere già detto che la ferrovia tagliava la massa dei bufali in
due, perché quelle bestie non superavano un binario neanche
quando non c'era un treno di passaggio, e ormai questo lo sapevano
anche gli indiani.
In quanto a me, m'ero immaginato che il nemico si sarebbe
fatto vivo una volta che fossimo entrati nella sua regione, e
proprio per questo avevo scelto quella mia condotta nel
lavoro: pareva il mezzo più efficace per entrare in contatto
con i Cheyenne e rintracciare mia moglie e mio figlio. Ci avevo
pensato sin dai tempi di Omaha, quando ero convalescente.
No, l'idea mia era questa: fare in modo che i Cheyenne
venissero a me, per così dire, e dunque per due anni avevo coscienziosamente
condotto quei muli e mangiato un boccone alla
fine della giornata, ed ero andato a letto presto nell'angusta
tenda, aspettando, aspettando che venisse l'ora.
Io non so se qualcuno ha mai notato la pazienza che occorre
a chi conduce una vita violenta. Non è l'azione che ti rode
il fegato, sono i minuti, le ore, i giorni, addirittura i mesi
che passano fra uno scontro e l'altro. Quando finalmente gli
indiani cominciarono a colpire la ferrovia, pareva che evitassero
la zona mia più immediata, e che colpissero di preferenza
gli operai impegnati più a occidente o più a oriente nella posa
dei binari. E seppure rubavano bestiame, mai si avvicinarono
ai miei muli, che io legavo vicini alla tenda, e passavo gran
parte della notte sveglio con un laccio in mano. Volevo catturare
il guerriero che mi venisse alla portata, non ucciderlo.
Non volevo il suo scalpo, ma semmai il ritorno di Olga e di
Gus, e volevo essere in condizione di barattare con profitto.
Ma come ho detto, dovunque io fossi, i Cheyenne colpivano
altrove; ecco che cosa significa la necessità di avere pazienza.
L'estate era ormai inoltrata quando mi capitò l'occasione.
Il capolinea stava ormai oltre la vecchia stazione di posta a
Lodgepole, e in quel momento io lavoravo con gli operai più
a occidente, ma ero andato a Julesburg per una commissione e
stavo per rientrare quando una locomotiva si fermò a fare acqua
alla cisterna e io vidi che trascinava diversi carri-merce
carichi di Frank North e delle sue guide Pawnee, che il governo
aveva assunto come difesa contro il nemico.
«Che succede, Frank?» dico io, perché lo conoscevo.
E lui risponde: «I Cheyenne han combinato dei guai giù
a Plum Creek, e ora noi andiamo là a combatterli».
«Ti va bene se vengo anch'io?»
Ammise che il nostro è un paese libero, dunque saltai su.
Come arma avevo un fucile calibro 56, un Ballard, oltre alla
pistola a percussione, una Remington 44 che portavo alla cintura.
Non ci fu tempo per andare a prendere il cavallo da sella,
che si stava ferrando dal maniscalco, infatti il treno tirò via
mentre ancora la cisterna gocciava acqua. Chiesi a North se
poteva darmi una cavalcatura, e lui mi disse che forse i
Pawnee avevano un cavallo in più, ma che per quello sarebbe occorso
un cavaliere speciale.
Io fra me ridevo. Non avevo detto nulla a nessuno dei
miei anni trascorsi fra i Cheyenne, che per ovvie ragioni, a
questo punto, non erano una tribù molto popolare, e a quei
tempi la gente s'insospettiva se tu avevi passato qualche tempo
con il nemico tornandone poi vivo.
Mentre si andava su per il binario, un Pawnee si trascinò
verso il cantuccio del vagone dove stavo io (non voglio dire
che fosse ubriaco: il viaggio era così disagiato che bisognava
strisciare a quattro zampe, per muoversi) e comincia a scrutarmi.
Ora i Pawnee eran soliti combattere gli uomini bianchi
lungo la pista di Santa Fe, ma poi diventarono amici dopo che
il traffico diventò troppo pesante, e così da qualche tempo avevano
fatto causa comune con gli americani. I Pawnee si radevano
la testa sui due lati, lasciando solo un ciuffo in mezzo,
diciamo pure una criniera. Fra gli indiani ciascuno ha i suoi
gusti, e a me non importa nulla del loro aspetto. E questo è
abbastanza naturale se consideriamo come fui cresciuto. Rammenterai
che mi ero battuto contro di loro quando ero ragazzo
fra i Cheyenne.
Be', questo guerriero sta a guardarmi per un pezzo, poi-si
avvicina a North e gli parla in pawnee. Dovette urlare, perché
il chiasso del treno era tremendo, ma io non riuscii a intendere
una parola, ignorando quel dialetto.
Poi Frank fa imbuto con le mani sulla bocca e mi dice:
«Sostiene di aver combattuto contro di te al fiume Niobrara,
quando eri Cheyenne... Non ridere, altrimenti offendi i suoi
sentimenti».
L'avviso non era necessario: non mi divertivo affatto, perché
senza dubbio questo indiano di occhio acuto stava dicendo
la verità. Rammentavo che una volta certi Pawnee avevano
aggredito il nostro branco di cavalli in pieno giorno lungo il
fiume, e questo fatto noi lo chiamammo ”la Sorpresa” e noi Esseri
Umani li inseguimmo. Fu colpito il cavallo di un Pawnee,
abbattendolo sulla prateria, ed essendo io il più vicino, cercai
di catturarlo, ma lui mi tenne a distanza con un nutrito lancio
di frecce, fino a che sopraggiunse un suo compagno e lui
balzò in groppa e lanciando il grido di vittoria dei Pawnee
scampò illeso alla tempesta dei nostri giavellotti e dei nostri
moschetti, a dispetto del nostro inseguimento velocissimo, anche
se riuscimmo a prendere il resto del loro branco e a portargli
via la chioma.
Quest'uomo doveva essere uno dei due che la scamparono,
ma io fui sorpreso dal fatto che mi riconoscesse dopo tanti anni,
e senza viso dipinto e in panni americani. Però non dissi
altro fino a che fummo alla stazione di Plum Creek e scendemmo
dai vagoni. Lasciai che North credesse che era tutto
uno scherzo, perché non avevo voglia di dargli spiegazioni,
ma mentre era occupato con un altro ufficiale bianco, io andai
dal Pawnee e gli dissi: «Avesti grande magia quel giorno».
Il nome di quest'indiano era Orso Matto. Senza espressione
mi dice: «Allora tu eri Cheyenne. Ora sei un uomo bianco».
E poi, a cenni, mi dice che non capisce.
«È una storia lunga» rispondo. «Ma poi i Cheyenne mi
hanno rubato la moglie e il figlio, e io voglio combatterli con
te, e non voglio che resti qualcosa di male fra il mio cuore e il
tuo.» E poi aggiungo, perché questo è un concetto indiano:
«Tutto cambia, tranne la terra».
«Ma ora cambia anche la terra» dice a cenni, indicando
la ferrovia. Prosegue: «Io ti credo, ma non per quello che mi
dici, dato che hai la faccia del bugiardo. Ti credo perché il
Capo Pawnee (vale a dire Frank North) dice che tu sei uno
sciocco che conduce i muli. Mi ha chiesto di proteggerti, nel
caso che ci fosse una battaglia».
Prima di dire ciò che successe quando vi fu quello scontro,
dovrei dire quello che fecero i Cheyenne a Plum Creek,
perché fu per loro un autentico successo, una cosa, che io sappia,
mai fatta prima. Deragliarono un intero treno merci!
Chissà come, tirarono via i bulloni di fissaggio e alzarono
una rotaia su per aria, poi la torsero, sì che quando arrivò la
prossima locomotiva, uscì di strada e i vagoni la seguirono. Non
so dove e come quegli indiani fossero diventati così furbi. Prima,
si era sentito parlare di Cheyenne che a cavallo s'accostavano
ai treni e cercavano di prenderli al laccio, e questo era credibile,
perché un indiano selvaggio non aveva alcun senso di
massa e di grandezza, di fronte a un blocco di metallo così
enorme: e il solo fatto che a condurre quel metallo fosse un
uomo bianco lo induceva a credere di poterlo accalappiare.
Restammo a Plum Creek un paio di giorni, e i Pawnee
pattugliarono la campagna circostante, trovandola sgombra di
nemici. North e i suoi ufficiali avevano per l'appunto deciso di
ritornare al capolinea, quando sulla riva meridionale comparve
un gruppo di Cheyenne, i quali, secondo me, stavano tornando,
come fanno gli indiani, sul luogo della precedente vittoria:
rammentati che avevano assalito Julesburg due volte.
I Pawnee lanciarono il loro grido di guerra e puntarono
verso il ponte vicino alla vecchia stazione di posta, che era
troppo piccola per ospitarli tutti, sicché molti entrarono in acqua
e guadarono il torrente, ma uscendo sulla riva opposta i
loro cavalli rimasero impantanati, sì che le guide dovettero
scendere e continuare a piedi. Tale manovra confuse i Cheyenne,
che non si aspettavano resistenza là dove prima era stato
tanto facile, e quando i Pawnee aprirono un fuoco micidiale
con le loro carabine Spencer a ripetizione, ammazzando cinque
o sei nemici, gli Esseri Umani fecero dietro front e fuggirono,
nonostante la superiorità numerica.
Io traversai il ponte a cavallo, in compagnia di North. Come
ho già accennato, non aveva grande stima di me, ma
quando cominciò l'azione non ebbe tempo di badare a come
mi comportavo, e una volta raggiunta l'altra sponda io galoppai
alla bella libera sul cavallino imprestatomi dai Pawnee.
Era una sensazione liberatoria, avere di nuovo una simile cavalcatura.
Erano molti anni che non cavalcavo così, a pelo,
ma una volta imparato lo stile indiano non lo si dimentica
più, allo stesso modo in cui non si dimentica a nuotare se ti
affondano nell'acqua.
E allora avanti, noi pochi bianchi e quaranta Pawnee, con
forse centocinquanta Cheyenne, in piena fuga su un miglio di
prateria, con il boato degli zoccoli e gli urli dei Pawnee e il
frequente crepitio di quelle Spencer, e gli Esseri Umani che
sprecavano qualche freccia ma soprattutto fuggivano in disordine.
Il terreno saliva lentamente verso un crinale di colline. Di
tanto in tanto un Cheyenne cadeva da cavallo e un Pawnee
balzava a dargli il colpo di grazia, se ancora respirava, e a togliergli
lo scalpo. Io non avevo ancora sparato e non intendevo
farlo se non per legittima difesa, ma quel Pawnee, Orso
Matto, mi stava di fianco, con la criniera mossa dal vento, e
mi guardava, sì che alla fine tirai un colpo col mio Ballard,
puntando di proposito a mezza via fra i due Cheyenne più vicini.
Ma avevo poca pratica di tiro da un cavallo in corsa, perché
ai miei tempi di cavaliere non avevo mai avuto un fucile,
e per una strana combinazione mozzai la treccia all'indiano
più distante. Era intrecciata di nastro azzurro, che vidi al suolo
quando ci piombai sopra, e aveva veramente un aspetto
strano.
Adesso eravamo al piede delle colline, e più in alto si vedevano
i Cheyenne, donne e bambini, con il loro bagaglio
trainato dai cavalli. Anche loro fuggivano, ma non troppo in
fretta, sì che i guerrieri li circondavano, poi voltarono e ci
vennero incontro, ma i Pawnee ruppero la carica con le loro
carabine a tiro rapido. Allora i Cheyenne scesero da cavallo,
diedero i cavalli alle donne e ai bambini, che abbandonarono i
bagagli per ripararsi dietro la barriera dei loro uomini, i quali
camminavano all'indietro.
Riuscirono a ritirarsi, come non meglio san fare gli indiani
senza disciplina e senza strategia, e non fu più una rotta,
anche se continuavano a perdere uomini. Quel pomeriggio furono
uccisi diciassette Cheyenne e innumerevoli furono i feriti,
e per un'ora parve possibile far fuori tutta la banda prima del
tramonto, perché come al solito avevano pochi fucili, e i
Pawnee continuavano, fra una carica e l'altra, a fare fuoco a distanza
superiore alla gittata degli archi e ad abbatterli uno per
uno.
Poi li accerchiammo, perché erano a piedi e avevano la loro
gente in fuga sparsa sulle colline, e nonostante quel che
potè fare North, i suoi uomini uccisero alcuni che guerrieri
non erano, perché quel giorno la magia dei Pawnee era formidabile,
e nutrita di sangue fresco, e per un indiano un nemico
è sempre una bella preda, qual che ne sia il sesso e la grandezza.
Vidi una donna Cheyenne cadere, colpita, da cavallo. Era
grassa e non so per quale ragione mi pareva di conoscerla, e
le cavalcai accanto mentre il Pawnee le metteva il coltello sopra
l'orecchio e tagliava. Per un istante pensai che fosse mia
madre adottiva, la Donna del Pantano dei Bufali, ma invece
non era, e io tirai di lungo.
In ogni modo fui colpito dalla faccenda, che era diversa
dall'impiccio durante il quale mi portarono via Olga e Gus.
Non mi diede soddisfazione la corsa insieme ai Pawnee, perché
da bambino mi avevano insegnato a odiarli. Mi metteva a
disagio questa storia e certamente non mi piaceva sparare addosso
a dei Cheyenne che difendevano la propria famiglia. E
supponendo che proprio questa banda avesse con sé Olga e
Gus, presto avrei trovato i loro corpi con il cranio spellato.
Ero stato uno sciocco a salire su quel treno a Julesburg.
Ragionando in questa maniera negativa io continuavo
a cavalcare e senza accorgermene rimasi separato dai Pawnee
che stavano caricando adesso l'ala destra dei Cheyenne,
e discendevano nella vallata dietro la prima catena di colline.
Dinanzi a me, dispersi, donne e bambini Cheyenne
frustavano i loro cavalli, inseguiti qua e là dai Pawnee.
Il tempo era secco, e nubi di polvere sorgevano a confondersi
con quelle degli spari, e poi il vento spargeva questa
mischianza come una nebbia sottile su tutto il terreno, filtrando
la luce del sole, e i colori apparivano intensi come accade in
certe ore della sera. Ero ormai a un mezzo miglio dal fuoco
concentrato, sì che gli spari, più che rombare, mi tonfavano
all'orecchio.
Per fare queste osservazioni e per riposare il mio cavallo
schiumante, lo avevo fermato sull'orlo di un burrone. Brutto
posto, per fermarcisi durante un combattimento, e lui lo sapeva,
perché era un cavallo indiano, e per quanto fosse stanco
cercava di andare oltre. E poi fece un gran sospiro e si afflosciò
sotto di me, come se fossi seduto su un gran sacco di grano
con un buco da cui perdesse il contenuto. Ma riuscii a balzare
via libero prima che avesse toccato terra, perché mi intendevo
di cavalli quanto bastava per capire che aveva in pancia
una freccia. Eppure non l'avevo sentita arrivare, e neanche penetrare
nel corpo del mio cavallo.
Nel burrone c'era un Cheyenne. Io mi tenni indietro,
aspettando che comparisse, mentre il cavallo ansante rendeva
l'anima al suo iddio, e non si sentiva altro rumore. Misi il cappello
in cima al Ballard e lo sporsi oltre il bordo del burrone,
e tun eccoti la freccia nella tesa, netta, penne e tutte, a trapassare,
e una volta fuori la ebbi addosso, ma aveva perso il suo
impeto. Poi, prima che mi riuscisse di ritrarre l'arma, l'indiano
aveva afferrato la canna con una stretta così possente che se io
avessi retto sarei precipitato nell'abisso insieme a lui. Io sono
un uomo piccolo. Mollai e persi il fucile, ma riuscii anche a
sparare prima che la mano mi fosse strappata da sopra il grilletto,
e la palla alzò polvere sulla riva più distante, senza ferirlo,
a parte il bruciapelo, che fece saltar via le sue dita scure
come se fossero arse. Poi si rovesciò su se stesso e scivolò fuor
del mio campo visivo.
Ecco, era un'arma a un solo colpo e non gli sarebbe servita
a nulla, a meno che non avesse una buona provvista di cartucce
del calibro 56. Sicché tirai fuori la pistola, mi precipitai
sul bordo del burrone e se fosse ancora stato sulla riva, dove
mi aveva preso il fucile, lo avrei senz'altro ammazzato. Invece
era scivolato fin sul fondo con il mio Ballard fra le ginocchia,
tutto sporco di sabbia e scarico, e lui lo sapeva e non aveva
più frecce, e tirò fuori il coltello, e levatosi in piedi attaccò il
canto della morte.
Riconobbi quell'uomo. Era Ombra che Appare alla Vista.
Credo proprio che cantasse per me, perché quando cominciai a
scendere giù per la riva, egli mi venne incontro con intenti
ostili e quell'arma affilata.
...
.
...
FINE Parte 2.